
Le LELEK sono uno di quei progetti che, quando arrivano, sembrano spuntare dal nulla, ma che in realtà sono il risultato di un lavoro lento, ostinato, quasi rituale.
Nascono a Zagabria solo nel 2024, da un’idea del produttore Tomislav Roso, che mette insieme un gruppo di voci femminili con l’obiettivo preciso di riportare al centro della musica pop croata le radici folkloriche, ma senza trasformarle in un museo.
L’idea è farle respirare di nuovo, intrecciandole con elettronica morbida, ritmi contemporanei e una scrittura che parli alle nuove generazioni senza perdere il legame con la memoria.
Il nome, LELEK, non è un vezzo o un esercizio di stile.
In serbo-croato significa “lamento”, “grido”, “ululo”.
Rappresenta un suono primordiale, un richiamo antico che racconta dolore e resistenza.
E loro lo hanno preso alla lettera.
La formazione, nei primi mesi, è stata un piccolo terremoto.
Il debutto con Tanani Nani, nel novembre 2024, vedeva ancora una lineup diversa: Lara Brtan, Sara Juriška, Mihaela Hudicek, Ivana Pavleka e Inka Večerina Perušić.
Poi Inka si allontana per motivi familiari, arriva Klaudija Pulek, e con lei il gruppo affronta il Dora 2025 con The Soul of My Soul.
Quarto posto finale, ma secondo nel televoto, a riprova che il pubblico le avesse già capite, la giuria un po’ meno.
Pulek poi lascia per divergenze interne e inizia una carriera solista, mentre Inka rientra, e il gruppo si stabilizza nella formazione che conosciamo oggi e che vede le voci di Inka, Judita Štorga, Korina Olivia Rogić, Lara Brtan e Marina Ramljak.
Una costellazione di voci che, nonostante gli scossoni, trova un equilibrio sorprendente.
Il 2025 è l’anno in cui tutto accelera.
Le LELEK iniziano a farsi notare nei festival indipendenti, in eventi teatrali, in installazioni artistiche.
Tutti luoghi dove la loro musica non è intrattenimento, ma parte del racconto.
Pubblicano brani come Zašto mi otimaš Dom e Tane, collaborano con Matija Cvek nella ballad Pristajem, che vola nelle classifiche radiofoniche, e si esibiscono al Red Bull Symphonic con un’orchestra.
Intanto sui social le loro cover di canti tradizionali diventano virali.
È un percorso che cresce in silenzio, ma lo fa decisamente nel modo giusto.
Poi arriva Andromeda, e tutto cambia.
L’idea nasce durante una serata a Lubiana, osservando il cielo.
Una figura femminile sospesa tra mito e futuro, un’energia che non accetta confini.
Il brano prende forma da un’improvvisazione collettiva registrata in una residenza artistica rurale, dove le armonie vocali vengono costruite a partire da canti appresi da anziane cantanti locali.
La produzione, invece, richiede mesi. Perché trovare il punto esatto in cui la componente ancestrale e quella elettronica si fondono senza schiacciarsi a vicenda non è stato semplice.
Il cuore del pezzo, però, affonda in una storia molto più profonda, nella tradizione del sicanje (o križićanje), i tatuaggi rituali che per secoli le donne cattoliche croate in Bosnia ed Erzegovina incidevano sulla pelle delle figlie per proteggerle durante il dominio ottomano.
Croci, simboli antichi, segni che erano preghiera, identità, resistenza.
A volte venivano tatuati già a tre anni, perché se un bambino fosse stato rapito o convertito, quel segno sarebbe rimasto.
Non era mera decorazione ma una forma sopravvivenza.
Le LELEK hanno trasformato tutto questo in immagine e suono.
Nel video ufficiale, girato in una foresta nebbiosa, appaiono in bianco, con i tatuaggi sulle mani e sul viso.
Non è folklore da cartolina ma memoria che torna a respirare.
Non sorprende che Andromeda abbia scatenato discussioni.
Alcuni commentatori turchi hanno letto nel brano un attacco all’Impero ottomano, mentre storici e comunità locali hanno ricordato che il sicanje è una tradizione cattolica molto più antica e complessa, non il gesto polemico che hanno voluto leggerci.
Le LELEK hanno sempre ribadito che il loro intento è celebrativo, non accusatorio.
E intanto la community eurovisiva impazzisce per loro, anche per la curiosa quasi omonimia con l’artista ucraina LELÉKA, che ha già creato meme e confusione tra i bookmaker.
Il percorso verso l’Eurovision 2026 è stato netto.
Al Dora, Andromeda ha vinto con un margine schiacciante, ottenendo il massimo dei voti sia dal pubblico che dalla giuria. 173 punti contro i 108 della seconda classificata.
Una vittoria pulita, senza discussioni.
E la scelta di cantare in croato anche a Vienna è un altro tassello della loro coerenza che le vede rifiutare i compromessi e dunque niente inglese.
Portano la loro lingua, la loro storia, il loro “lamento”.
Oggi le LELEK arrivano all’Eurovision come un progetto che, nonostante non abbia ancora due anni, ha già una sua identità fortissima.
Non sono un fenomeno improvvisato, sono il risultato di una ricerca culturale profonda, di un lavoro artigianale sulle voci, di un approccio collettivo alla scrittura, di una disciplina che non si vede nelle interviste.
Usano strumenti costruiti da liutai locali, registrano bozze vocali in chiese di campagna o cisterne abbandonate, studiano tecniche antiche come il canto di gola appreso da una maestra ottantenne dell’isola di Pag, che le avvicina addirittura alla tradizione di un mondo lontanissimo da loro, come le steppe mongole.
Sul palco non usano basi pre-registrate, ogni suono è creato in tempo reale, anche quando è complicato, perché la loro tecnica lo permette.
La Croazia spera in un grande risultato, soprattutto dopo il secondo posto di Baby Lasagna nel 2024.
Ma al di là della classifica, quello che le LELEK portano a Vienna è qualcosa di veramente raro.
Un progetto culturale concreto che non ha certo la velleità di piacere a tutti, ma che si propone di raccontare qualcosa di vero.
Un lamento che diventa stella.
Un passato inciso nella pelle che si trasforma in un futuro possibile.
Un ponte tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere.
E, anche se il loro viaggio è appena iniziato, una cosa è già chiara: la Croazia ha trovato una nuova voce, anzi cinque, capaci di trasformare la memoria in musica e la musica in un atto di identità. Andromeda è solo il primo passo di una traiettoria che sembra destinata a salire ancora.
