Bandidos do Cante

I Bandidos do Cante sono uno di quei casi in cui la tradizione non viene recuperata per nostalgia, ma perché continua a pulsare sotto la pelle.
Cinque amici cresciuti tra Beja e Monte Trigo, con il cante alentejano assorbito fin da bambini nelle case del popolo, nelle tabernas, nei cortili di famiglia, persino nei bagni della scuola per via dell’acustica.
Non hanno mai deciso “razionalmente” di farne un progetto perché il cante era già lì, un modo di stare insieme, di respirare, di passare le serate tra cibo, vino e armonie improvvisate.

Il gruppo nasce quasi per caso, con una cena finita in canto, come succedeva da sempre, e da quella serata l’invito a registrare le voci per Casa, il brano dei D.A.M.A. con Buba Espinho che avrebbe fatto milioni di ascolti.
All’epoca si chiamavano ancora Amigos do Alentejo, un nome semplice, quasi affettuoso. Poi, nel 2023, durante un concerto al Coliseu dos Recreios, Kasha li presenta al pubblico come “Bandidos do Cante” e loro decidono di tenersi quel nome sul momento, perché raccontava perfettamente la loro attitudine: non custodi rigidi della tradizione, ma “banditi” che la rubano ai nonni per portarla nel presente.

Da lì in poi tutto accelera.
Nel 2024 arriva il primo singolo originale, Amigos Coloridos, scritto con Jorge Benvinda e prodotto con Eduardo Espinho.
Diventa subito la canzone portoghese più trasmessa in radio, li porta a più di cinquanta concerti e li fa conoscere a un pubblico che va dai ragazzi che scoprono il cante per la prima volta agli adulti che ci ritrovano un’eco familiare.
L’anno dopo pubblicano Já Não Há Pardais No Céu, più introspettiva, seguita da Tanto Tempo, e intanto arrivano nomination, collaborazioni, concerti sold out e un posto sempre più solido nella scena musicale portoghese.

Il 2026 segna il salto definitivo con l’uscita del loro primo album, Bairro das Flores. Otto brani che non si limitano a omaggiare il cante, ma lo rimettono in circolo con arrangiamenti moderni, produzioni curate da Agir, Eduardo Espinho, Jon e Rodrigo Correia, e una collaborazione speciale con António Zambujo, anche lui di Beja, quasi un passaggio di testimone. Il tour li porta dalla MEO Arena fino al ritorno simbolico a casa, con due serate esaurite al Teatro Municipal Pax Julia.

In mezzo a tutto questo arriva Rosa, la canzone che li porterà all’Eurovision 2026 a Vienna. Un brano scritto da nove autori, nato quasi come un esercizio interno per esplorare nuove armonie e poi cresciuto fino a diventare una delle proposte più viste e ascoltate del Festival da Canção. Rosa è una storia di memoria affettiva raccontata attraverso un giardino che non è stato curato abbastanza, rose che resistono, vento che porta un nome sussurrato.
La saudade non è un concetto astratto, ma qualcosa che si tocca, che si annusa, che resta tra le mani.
Musicalmente è un equilibrio delicato, un crescendo che non esplode, un intreccio di voci che si sostengono, un arrangiamento che lascia respirare la coralità del cante senza trasformarlo in un oggetto da museo.

La loro vittoria al Festival da Canção arriva in un contesto particolare, segnato da proteste e rinunce da parte di quasi tutti gli artisti contendenti. Loro, invece, avevano dichiarato fin dall’inizio che, in caso di vittoria, sarebbero andati a Vienna. Non per una questione politica, ma per rispetto verso la tradizione che portano dentro e verso il pubblico che li ha sostenuti. Alla finale aprono la serata, arrivano secondi per le giurie e primi nel televoto, e quei 12 punti del pubblico raccontano meglio di qualsiasi analisi il rapporto diretto che hanno con chi li ascolta.

Rosa li porterà sul palco della Wiener Stadthalle il 16 maggio, in un’edizione segnata da ritorni e un’attenzione particolare per le proposte che sanno raccontare un’identità.
E i Bandidos do Cante, in questo, hanno un vantaggio naturale perché il loro suono è radicato in una tradizione che ha secoli di storia, forse nata dal canto gregoriano, forse da influenze arabe, sicuramente cresciuta nei campi e nelle taverne dell’Alentejo. Ma allo stesso tempo è un suono che parla ai ventenni cresciuti con Spotify, ai ragazzi che scoprono il cante su TikTok, a chi non ha mai sentito nominare Serpa ma riconosce l’emozione quando la sente.

La loro forza sta proprio in questa tensione fertile tra passato e presente. Non fanno un cante “puro”, come dicono loro stessi, ma un cante “a modo nostro”, che usa le armonie tradizionali e le porta in un formato pop senza snaturarle. Non è un compromesso, è una poetica, la convinzione che una tradizione viva debba continuare a parlare, a cambiare, a contaminarsi. Per questo, più che un progetto musicale, i Bandidos do Cante sono un modo di intendere la cultura non come qualcosa da conservare immobile, ma come un organismo che respira, cresce, si trasforma.

Quando saliranno sul palco di Vienna, porteranno con loro le cene finite in canto, i bagni della scuola con l’acustica perfetta, le case del popolo, le rose che diventano saudade, la terra rossa dell’Alentejo e la voglia di farla arrivare ovunque. E qualunque sarà il risultato, il loro percorso ha già dimostrato che la tradizione, quando è viva, non ha bisogno di essere reinventata. Basta ascoltarla.

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