
Interprete: Nemo
Autori: Benjamin Alasu, Lasse Midtsian Nymann, Linda Dale e Nemo Mettler (Testo e musica)
Città/paese organizzatore: Svezia (Malmö) – 2024
Paese vincitore: Svizzera
Top 5
1. Svizzera – Nemo – The Code – 591 punti
2. Croazia – Baby Lasagna – Rim Tim Tagi Dim – 547 punti
3. Ucraina – Alyona Alyona e Jerry Heil – Teresa & Maria – 453 punti
4. Francia – Slimane – Mon amour – 445 punti
5. Israele – Eden Golan – Hurricane – 375 punti
A vederlo, Nemo non dava l’impressione di un tornado in grado di prendere tutto e spazzarlo via.
Eppure, quando è salito sulla pedana bianca e rotante della Malmö Arena l’11 maggio 2024, in tre minuti ha riscritto un pezzo di storia dell’Eurovision.
“The Code” rappresentava la sintesi di un percorso personale e artistico che partiva da molto lontano, da una Biel/Bienne bilingue dove Nemo, nato nel 1999 da un inventore e una giornalista, aveva iniziato a suonare violino, pianoforte e batteria quando altri bambini pensano solo a giocare.
A tre anni suonava per strada, a nove entrava nell’opera dei bambini di Biel e debuttava proprio ne Il flauto magico, lo stesso Mozart che anni dopo avrebbe riemergere nel ritornello lirico di “The Code”.
A tredici anni calcava già i palchi dei musical, e intanto scriveva rap, faceva beatbox nelle stazioni e si faceva notare nei contest locali.
Il primo vero scossone arriva nel 2015, quando pubblica Clownfisch, un EP autoprodotto in dialetto bernese che diventa disco d’oro. Si tratta di un successo clamoroso, quasi impossibile per un sedicenne.
L’anno dopo esplode sui social e si trasforma in un fenomeno nazionale.
Nel 2017 arrivano altri EP, il singolo “Du” che resta in classifica per mesi, e una pioggia di Swiss Music Awards che lo consacrano come talento già formato. Eppure, dietro il successo, c’era una sensazione di limite perché il dialetto svizzero era casa, ma anche una gabbia.
Nemo comincia a scrivere in inglese, studia canto jazz e pop, vola a Los Angeles, poi si trasferisce a Berlino nel 2021 per respirare un’aria creativa più libera e meno legata all’immagine del “prodigio del rap svizzero”.
È lì che inizia anche un percorso più intimo, quello che lo porterà a riconoscersi non binario, identità resa pubblica solo nel novembre 2023.
“The Code” nasce poco dopo, durante un songwriting camp della SUISA.
Nemo arriva pensando di scrivere per altri, con un frammento vocale lirico registrato sul telefono mentre riascoltava Mozart.
Ma quello che succede in studio è troppo personale per essere ceduto e insieme a Benjamin Alasu, Lasse Midtsian Nymann e Linda Dale costruisce una canzone volutamente “rotta”, che passa da un recitativo operistico a un drop drum and bass, poi al rap, poi a un finale da musical. È un mosaico, una Rapsodia che riflette esattamente ciò che Nemo stava vivendo, la sensazione di muoversi tra gli “0 e 1” del codice binario, cercando un posto in cui riconoscersi.
Il testo racconta un viaggio all’inferno e ritorno, la liberazione che arriva quando smetti di scegliere un solo lato.
E quel respiro affannato prima dell’ultimo ritornello, che molti hanno scambiato per un effetto, è in realtà un attacco di panico avuto in studio e lasciato lì perché “era la verità del momento”.
La performance di Malmö amplifica tutto.
Nemo indossa un outfit bianco e rosa disegnato da Linnea Samia Khalil, sale su una pedana inclinabile che ruota e oscilla come un equilibrio precario, e canta con un ginocchio fratturato durante le prove.
L’idea della pedana nasce da una piccola trottola che portava come portafortuna.
Il risultato è ipnotico tra rap furioso, note da soprano, un controllo del fiato quasi innaturale e l’immagine di un pesce che cerca di uscire dalla bolla di vetro.
Dopo la vittoria succede di tutto.
Nemo diventa il primo artista apertamente non binario a vincere l’Eurovision, la Svizzera torna al primo posto dopo trentasei anni, e il trofeo di cristallo si rompe nelle sue mani, ferendogli un dito e trasformandosi in una metafora perfetta. “Ho infranto il codice”, scrive poi sui social.
L’impatto è immediato. In Svizzera si riapre il dibattito sul riconoscimento legale del terzo genere, con Nemo che chiama direttamente il ministro della Giustizia Beat Jans e ottiene un incontro.
Nel Canton Berna, poche settimane dopo, viene approvata la terza opzione di genere nei documenti cantonali.
A livello europeo, l’EBU è costretta a rivedere il regolamento sulle bandiere dopo che a Nemo era stato impedito di portare quella non binaria sul palco.
“The Code” entra in classifica in 28 Paesi, e in molti arriva al numero uno, tra i brano eurovisivi più streammati del decennio e viene definito da Vogue “post-gender armour” per il suo look, tanto che il Victoria & Albert Museum ne acquisisce una replica.
Il post‑vittoria, però, non è solo glamour.
Nemo attraversa un periodo di ansia, interrompe un’esibizione al Pride di Zurigo, racconta pubblicamente che “vincere non sistema automaticamente il rapporto con se stessi” e si prende una pausa ad agosto, rompendo lo schema del vincitore che cavalca subito l’onda.
Ma la creatività riparte e a ottobre 2024 esce “This Body”, che campiona il respiro di “The Code”, e nel 2025 arriva Arthouse, un album che debutta al terzo posto in Svizzera. Intanto la SRF annuncia che l’Eurovision 2025 si terrà a Basilea grazie alla sua vittoria, chiudendo un cerchio iniziato con un bambino che cantava Mozart in un teatro di provincia.
Negli anni successivi Nemo continua a usare la propria visibilità per l’attivismo, fino a restituire pubblicamente il trofeo nel dicembre 2025 per protestare contro la partecipazione di Israele al contest, spiegando che non era un rifiuto dell’Eurovision, ma del modo in cui veniva usato politicamente.
Si trasferisce prima a Londra, poi a Parigi, mentre la sorella Ella continua a curare la direzione artistica dei suoi progetti.
Oggi “The Code” vive oltre il concorso.
È diventato un punto di riferimento per chi cerca nella musica un luogo in cui riconoscersi, un esempio di come la complessità possa essere pop e la vulnerabilità possa diventare spettacolo. Nemo, passato dal beatbox nella stazione di Biel a dettare conversazioni culturali in tutta Europa, ha dimostrato che rompere un codice, che sia musicale, sociale o identitario, può essere il modo più potente per riscriverlo da zero.
