
Quando al Vidbir 2026 giuria e pubblico hanno assegnato entrambi il punteggio massimo a LELÉKA, dieci e dieci, è sembrato quasi naturale che “Ridnym” sarebbe diventata la voce dell’Ucraina all’Eurovision. Dietro quel nome che in ucraino significa “cicogna”, simbolo di ritorno, fortuna e primavera, c’è Viktorija Leléka, nata Viktorija Mykolaïvna Kornijkova il 10 novembre 1990 a Pershotravens’k, nel Donbas, una città mineraria russofona dove da bambina ascoltava soprattutto pop televisivo di bassa qualità.
A sei anni, durante una recita all’asilo, capisce che vuole cantare e a nove anni, una frase letta dalla madre (“Se sai suonare il jazz, sai suonare tutto”) le resta impressa come una promessa.
La scoperta della lingua e della cultura ucraina arriverà più tardi, quasi come una riconquista personale.
Prima della musica, però, c’è il teatro.
Si diploma alla Karpenko-Karyi Theatre University di Kyiv, lavora al Molodyi Theatre e sviluppa quella presenza scenica che oggi è parte integrante del suo modo di cantare, grazie alla gestione del silenzio, alla capacità di trasformare ogni brano in un racconto e alla naturalezza con cui occupa lo spazio.
Nel 2014 decide di trasferirsi in Germania, e a Dresda studia canto jazz con Céline Rudolph, per poi dedicarsi anche alla composizione e, parallelamente, si forma in musica per cinema alla Film University Babelsberg.
Canta nei Young Voices Brandenburg, nella Big Band Flinstones, vince il StuVo Jazz Contest per un’interpretazione insolita di uno standard e ottiene una borsa di studio per il vocal camp delle New York Voices.
È a Berlino, nella primavera del 2016, che nasce LELÉKA come collettivo, non come progetto solista.
Con lei ci sono Robert Wienröder al pianoforte, Thomas Kolarczyk al contrabbasso e Jakob Hegner alla batteria, destinato a diventare il suo collaboratore più fedele. Il progetto prende forma nel clima successivo alla Rivoluzione della Dignità, come risposta creativa a un’identità da ricostruire e come modo per restare utile all’Ucraina pur vivendo all’estero.
Fin dall’inizio, il gruppo lavora su un incontro irriducibile tra folklore vocale ucraino e jazz improvvisativo europeo, senza che uno schiacci l’altro.
Viktorija registra anziane cantanti dei villaggi, raccoglie melodie destinate a scomparire e le rielabora con il collettivo, trasformandole in un linguaggio contemporaneo che non indulge mai nel folklore da cartolina.
E i riconoscimenti arrivano presto.
Il Creole Global Music Contest nel 2017, l’European Young Jazz Talent Award nel 2018, secondo posto allo Young Munich Jazz Prize nel 2019.
Il critico Ralf Dombrowski scrive che “se questa band non riesce a sfondare, molte cose sono andate storte”, e inserisce LELÉKA nel suo libro 111 Reasons to Love Jazz.
Nel frattempo escono EP e dischi, e con questi le nomination ai Deutscher Jazzpreis come Band dell’anno.
Il gruppo firma anche la colonna sonora della serie storica ucraina There Will Be People, mentre nel 2023 pubblica Rizdvo, dedicato ai canti natalizi ucraini, e nel 2025 Kolysanky, un album di ninne nanne tradizionali.
In parallelo, Viktorija si dedica anche a un secondo fronte creativo, Donbasgrl, un progetto elettronico e art-pop nato nel 2024 con il singolo Zbroia, ispirato a Lesya Ukrainka e accompagnato da un video sulla depressione.
Nel 2025 il progetto viene selezionato per Eurosonic Noorderslag e approda persino al Glastonbury Festival come headliner del Green Futures Stage.
Nel 2026 pubblica Anima Mundi insieme al compositore italiano Stefano Lentini, con tre brani inseriti nella sesta stagione di Mare Fuori.
La sua vita personale si intreccia con il percorso artistico.
Infatti dopo un divorzio in cui si presentava come Viktoria Anton, sceglie Leléka come cognome ufficiale, un gesto di riappropriazione identitaria.
Già prima del 2022 organizzava workshop e concerti benefici nel Donbass, ma dopo l’invasione russa si impegna senza sosta per i rifugiati in Germania, trasformando la musica in un atto di memoria e resistenza.
“Ridnym” nasce addirittura nel 2022, a Berlino, sullo sfondo delle manifestazioni contro l’aggressione russa.
È scritta da Viktorija stessa con Adama Cefalu, Jakob Hegner e Yaroslav Dzhus, e parla di radici che continuano a portare acqua anche dopo la tempesta, di paure affrontate, di dolori trasformati in gioia.
Il ritornello “Vysh’yu novu dolyu” gioca con l’inglese “wish you” e con l’arte della vyshyvanka, la camicia tradizionale cucita dalle madri per i figli, uno dei simboli più tradizionali dell’Ucraina.
La performance al Vidbir è sobria, quasi teatrale, con abito bianco dai dettagli trasparenti “ad ala”, collane di perle nere, luci che passano dal bianco al rosso e confetti finali.
Una scelta che divide e che ha scatenato polemiche, ma il team di LELÉKA lascia parlare la musica.
L’Ucraina arriva a Vienna con una tradizione eurovisiva solidissima, tre vittorie e il record del 100% di ammissioni alla finale.
Ma questa volta porta un brano intimo, sospeso tra rito collettivo e confessione personale, in un’edizione che celebra i settant’anni del concorso.
A Vienna porterà il viaggio attraverso un percorso che parte da una città mineraria del Donbass, passa per i teatri di Kyiv, le aule di Dresda, i club jazz di Berlino e i palchi dei festival europei.
La cicogna che annuncia la primavera, questa volta, vola verso l’arena dell’Eurovision con un messaggio che supera la gara, un atto di memoria, di speranza e di ritorno a ciò che conta davvero.
