Tout l’univers

Tout l’univers

Interprete: Gjon’s Tears
Autori: Gjon Muharremaj (Gjon’s Tears), Nina Sampermans, Wouter Hardy e Xavier Michel (Testo e musica)
Città/paese organizzatore: Paesi Bassi (Rotterdam) – 2021
Paese vincitore: Italia

Top 5

1. Italia – Måneskin – Zitti e buoni524 punti

2. Francia – Barbara Pravi – Voilà – 499 punti

3. Svizzera – Gion’s Tears – Tout l’univers – 432 punti

4. Islanda – Daði & Gagnamagnið – 10 years – 378 punti

5. Ucrania – Go_A – Šum – 364 punti

Quando la Svizzera pubblicò Tout l’univers il 10 marzo 2021, si capì subito che non era la solita proposta da Eurovision. Sembrava più un atto di rinascita che una canzone in gara, un racconto che partiva da una frattura personale per diventare qualcosa di universale. Gjon Muharremaj, che tutti conoscono come Gjon’s Tears, arrivava da un anno sospeso.
Avrebbe dovuto rappresentare il Paese già nel 2020 con Répondez-moi, poi la pandemia aveva congelato tutto. La SRG SSR lo confermò per il 2021 e gli chiese un nuovo brano. Quel tempo di attesa, pieno di domande e silenzi, finì per diventare la matrice emotiva di Tout l’univers.

La canzone nacque in un songwriting camp a Zurigo, inizialmente in inglese, con il titolo Ground Zero.
L’idea era quella di raccontare un punto d’impatto, una zona zero emotiva da cui ripartire dopo un’esplosione interiore. Solo dopo, grazie all’intervento di Xavier Michel, il testo venne riscritto in francese, la lingua che Gjon sente più sua e che, nella sua morbidezza, riusciva a restituire una sincerità più fisica. La versione inglese era più elaborata, ma quella francese aveva un’intimità che non si poteva ignorare. E infatti la commissione svizzera scelse quella.

Dentro il brano c’è un lutto, anche se non viene mai nominato apertamente. È un dolore che si muove tra rovine interiori, come un’alba che declina invece di sorgere. Il vento che sfiora una spalla assente, il vuoto nella testa, i cuori sotto terra al centro delle faglie. Tutto parla di una perdita che non distrugge, ma trasforma.
Gjon lo ha sempre detto: «Anche se il cuore sembra morto dopo l’esplosione, c’è ancora tutto l’universo da scoprire».
È un’idea che gli viene anche da un ricordo personale, il rapporto con il nonno che aveva iniziato a piangere dall’emozione mentre cantava Can’t Help Falling in Love. Quelle lacrime sono diventate la sua poetica, la vulnerabilità come linguaggio.

Tout l’univers è costruita come un’ascesa lenta.
Parte quasi in apnea, con una voce trattenuta che sembra cercare aria, e cresce senza mai esplodere davvero, come se la musica stessa stesse imparando a respirare di nuovo.
Wouter Hardy, già dietro Arcade, ha lavorato su un crescendo che non punta all’effetto, ma alla rivelazione.
È un movimento che ricorda una morte simbolica, attraversamento del caos, ritorno alla luce.
In una consapevolezza nuova, cosmica, che arriva solo dopo aver guardato in faccia le proprie crepe.

Il simbolismo è ovunque, anche senza essere dichiarato. Si parte dal sepolcro dei due cuori sotto terra, si attraversano le faglie, gli aftershock, i respiri rimasti sulla riva, e si arriva a quel chiarore finale dietro le palpebre, quando finalmente si trova aria. È un viaggio che attraversa il dolore e per questo diventa universale.

Anche la performance a Rotterdam seguiva questa logica. Nessun eccesso, nessun corpo di ballo, solo lui, una camicia nera ricamata, una piattaforma geometrica che ricordava un puzzle e un gioco di luci che sembrava disegnare un universo in ricostruzione.
La regia lo seguiva con movimenti circolari, quasi orbitali, come se fosse sospeso in un limbo. Gjon aveva chiesto di evitare primi piani troppo invadenti perché voleva che lo spettatore entrasse nel brano senza essere guidato per mano. La sua voce, tre ottave che si aprivano come una galassia, faceva il resto.

Il video ufficiale spinge ancora più in là questa lettura. Tutto si svolge nella mente di Gjon dopo un incidente d’auto, un loop in cui il protagonista, dopo lo schianto, si volta per aiutare se stesso.
È un’immagine potentissima, ispirata anche a un episodio reale vissuto da lui in un’auto in fiamme. Un ciclo di morte e rinascita che si ripete, come se la vita fosse un continuo ritrovarsi al punto d’impatto.

Il pubblico e le giurie lo hanno capito.
La Svizzera vinse la semifinale, arrivò terza in finale con il miglior risultato dal 1993, e conquistò il Marcel Bezençon Composer Award, il premio dei compospositori in gara.
Fu la prima vittoria svizzera in qualsiasi categoria di quei premi.
E la canzone continuò a vivere anche fuori dall’Eurovision: finì in una docuserie spagnola, diventò la colonna sonora del programma corto del pattinatore Morisi Kvitelashvili alle Olimpiadi di Pechino, e rimase per mesi tra i brani più ascoltati del concorso.

Anche oggi, Tout l’univers sembra ancora un rito laico. Parte dalle macerie, attraversa la notte e arriva a una mattina cosmica in cui i cuori, pur segnati, trovano aria.
È un brano che non promette di guarire, ma di trasformare. E forse ha lasciato un segno così profondo: perché, in un anno in cui l’Europa cercava di rialzarsi dopo la pandemia, Gjon ha ricordato a tutti che anche quando tutto esplode, l’universo intero ci aspetta per ricominciare.

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