
Quella di Maruv, che abbiamo approfondito la scorsa settimana non è, purtroppo, una storia isolata.
Il caso di Siren Song rimane tra i più eclatanti e discussi, ha fatto capire come un verdetto popolare possa infrangersi contro logiche che nulla hanno a che vedere con la musica, ma se ho colto la palla al balzo non è solo perché in tanti hanno chiesto di parlare di due brani non partecipanti, ma anche perché la storia dell’Eurovision, scavando appena sotto la superficie patinata delle dirette televisive, restituisce un catalogo sorprendentemente affollato di vittorie mai consumate.
Selezioni nazionali vinte a pieno titolo, coronate da televoti e giurie, per poi sgretolarsi nelle settimane successive sotto il peso di uno scandalo, di un veto istituzionale o di un ripensamento improvviso.
Il paradosso è che spesso il ripescato finisce per rappresentare il proprio paese sul palco più importante conquistando la vittoria.
E anche per questo esempio, l’Ucraina ha fatto scuola.
Sarebbe tornata in gara nel 2020, con i Go_A e “Solovey“, per una eduzione poi annullata, uno dei primi brani quasi interamente in lingua ucraina dopo anni di dominio dell’inglese nelle selezioni nazionali e proprio dal caso Maruv nacque la nuova regola che avrebbe condizionato tutto ciò che sarebbe successo tre anni dopo.
Per loro però la vittoria non è rimasta uno spettro, venendo confermati per il 2021, protagonisti di una selezione utile solo per decidere il brano che avrebbero proposto.
Nel 2022 la storia si ripeté con contorni ancora più drammatici, proprio alla vigilia dell’invasione russa su vasta scala.
Alina Pash arrivava al Vidbir dopo un percorso passato per X Factor Ucraina e album concettuali dedicati ai Carpazi e a Kyiv, con uno stile che mescolava hip hop, elettronica e folk.
Il suo brano, “Tini zabutykh predkiv” (“Shadows of Forgotten Ancestors“) era un vero manifesto identitario.
Il titolo riprendeva quello del celebre film del 1965 di Sergej Paradžanov, considerato un caposaldo del cinema ucraino.
Un legame che Alina Pash aveva già consolidato, dato che aveva registrato parte di lavori precedenti in una chiesa dei Carpazi dove Paradžanov aveva girato la pellicola.
Il testo intrecciava riferimenti agli dei slavi Perun e Dazhbog, alla letteratura di Lesya Ukrainka e Iryna Vilde, e arrivava a immaginare una “Divina Tragedia” al posto della Dantesca “Divina Commedia” per raccontare il passato di guerre del paese.
Il video, costruito come un collage di illustrazioni e simboli, metteva in scena personaggi del film originale e figure della cultura ucraina.
La finale del Vidbir si tenne il 12 febbraio 2022, con una giuria che includeva Tina Karol, Jamala e Yaroslav Lodyhin.
Alina Pash ottenne il massimo dei voti dalla giuria e conquistò anche il televoto, per una vittoria netta.
La serata, però, fu segnata fin da subito dal caos.
Il tabellone elettronico mostrò punteggi sbagliati per il televoto, costringendo il conduttore Timur Myroshnychenko a leggere i risultati da un foglio di carta, mentre i secondi classificati, la Kalush Orchestra, arrivarono ad accusare gli organizzatori di brogli, tanto che il frontman Oleh Psiuk venne filmato mentre affrontava un produttore nei corridoi.
Persino la Kalush Orchestra finì per un momento sotto i riflettori sbagliati, quando riemerse un vecchio post social del 2015 di un membro del gruppo, Tymofii Muzychuk, scattato davanti alla Cattedrale di San Basilio a Mosca, poi giustificato perché risalente a prima del 2014.
La vera bufera, però, travolse Pash.
Il regolamento del Vidbir, aggiornato proprio dopo il caso Maruv (articolo 4.5), escludeva dalla selezione chi avesse tenuto concerti in Russia o nei territori occupati dopo il 15 marzo 2014, oppure fosse entrato in Crimea violando le norme ucraine, che permettono l’ingresso nella penisola solo attraverso i checkpoint controllati da Kyiv.
Il nodo riguardava un viaggio compiuto da Pash in Crimea nel 2015.
In un’intervista televisiva del 2019 la Pash aveva raccontato di essere arrivata a Yalta in aereo passando da Mosca, cosa che, se confermata, avrebbe configurato una violazione.
Nel 2022, messa alle strette, cambiò ricostruzione, sostenendo di aver raggiunto la Crimea in autobus da Istanbul via Mosca per motivi privati, ossia un invito di matrimonio e non un concerto.
Il 14 febbraio 2022 l’attivista e videoblogger Serhii Sternenko la accusò pubblicamente di essere entrata in Crimea dal territorio russo e di aver falsificato i documenti di viaggio.
L’emittente Suspilne/UA:PBC sospese la proclamazione e avviò verifiche con il Servizio della Guardia di Frontiera, il cui portavoce dichiarò che il certificato prodotto dallo staff di Pash non era stato emesso da loro.
La cantante, dal canto suo, spiegò su Instagram che le autorità non potevano rilasciarle un nuovo certificato perché gli archivi vengono conservati solo cinque anni, mentre il suo team sostenne che il documento fosse stato richiesto da un membro dello staff.
Il 16 febbraio 2022, prima che le verifiche fossero completate, fu la stessa Pash ad annunciare il ritiro sui social, scrivendo di non voler essere parte di una “storia sporca” né di una “guerra virtuale e di odio“, e ribadendo la propria posizione, cioè che “la Russia è un aggressore, la Crimea è Ucraina“.
Aggiunse che, se i documenti forniti dal suo team si fossero rivelati falsi, sarebbe stata la giustizia a stabilire le responsabilità, cosa che di fatto accadde il 2 giugno 2022, quando ammise pubblicamente che il certificato era stato effettivamente falsificato.
UA:PBC formalizzò la fine della sua partecipazione come “sospensione“, condivisa, a suo dire, dalla stessa artista.
A quel punto il pass per Torino passò ai secondi classificati, la Kalush Orchestra, che accettarono ufficialmente il 22 febbraio 2022, appena due giorni prima dell’inizio dell’invasione russa su vasta scala del 24 febbraio. “Stefania“, scritta da Oleh Psiuk come omaggio alla propria madre, che non l’aveva nemmeno ascoltata prima che venisse scelta per l’Eurovision, si trasformò nel giro di poche settimane da canzone d’amore filiale a inno di resistenza collettiva, complice anche una rilettura dei versi sul ritorno a casa nonostante le strade distrutte.
Il gruppo ottenne persino un permesso speciale per lasciare il paese nonostante la legge marziale, che vietava agli uomini ucraini in età da combattimento di espatriare.
Il 14 maggio 2022 “Stefania” vinse la finale di Torino spinta da un record assoluto di 439 punti al televoto, il più alto mai registrato nella storia della manifestazione, superando negli ultimi istanti il favorito britannico Sam Ryder e diventando la prima canzone quasi interamente in lingua ucraina, oltre che la prima di matrice hip hop, a vincere il concorso.
Anche “Shadows of Forgotten Ancestors” non sparì con il ritiro.
Viene ancora considerata da molti una delle produzioni più raffinate mai uscite dal Vidbir, apprezzata per la fusione fra sonorità contemporanee, folk e rap.
Alina Pash, pur colpita dal boicottaggio e da una temporanea interdizione in Russia, proseguì la carriera portando brani sulla guerra in festival europei come Sziget e Lollapalooza, per poi tornare stabilmente in Ucraina nel 2025.
Le due vicende ucraine sono le più discusse, ma non le uniche nella storia del contest.
Solo per citare altre più recenti, ci ritroviamo nel 2009 la Georgia scelse tramite voto popolare “We Don’t Wanna Put In” degli Stephane & 3G, un pezzo dance dal titolo palesemente polemico verso Vladimir Putin (il gioco di parole su “Put in”), pensato come protesta per l’invasione russa dell’anno precedente.
L’EBU lo respinse per il contenuto politico troppo esplicito e la Georgia, di conseguenza, si ritirò dall’edizione di Mosca.
Nel 2010 fu ancora l’Ucraina, con Alyosha e “To Be Free“, a incappare in una squalifica iniziale per aver eseguito il brano in pubblico prima della deadline ufficiale imposta dal regolamento, anche se la vicenda si risolse poi con una nuova selezione.
Messe una accanto all’altra, tutte queste storie raccontano che vincere una selezione nazionale non equivale mai automaticamente a salire sul palco dell’Eurovision.
Dietro ogni vittoria si nasconde un secondo concorso, fatto di contratti, verifiche di frontiera e decisioni politiche, che si gioca lontano dai riflettori e che a volte pesa più della musica stessa.
