A-Ba-Ni-Bi

A-Ba-Ni-Bi

Interprete: Izhar Cohen and the Alphabeta
Autori: Nurit Hirsh e Ehud Manor (Testo e musica)
Città/paese organizzatore: Parigi (Francia) – 1978
Paese vincitore: Israele

Top 5

1. Israele – Izhar Cohen and the Alphabeta – A-ba-ni-bi – 157 punti

2. Belgio – Jean Vallée – L’amour ça fait chanter la vie – 125 punti

3.  Francia – Jöel Prévost – Il y aura toujours des violons – 119 punti

4.  Monaco – Caline and Olivier Toussaint – Le jardins de Monaco – 107 punti

5.  Irlanda – Colm T. Wilkinson – Born to Sing – 86 punti

Il 22 aprile 1978 l’Europa premiò una canzone costruita su un gergo infantile, senza capirne una parola.

Una delle idee più intelligenti degli anni Settanta, una canzone il cui punto è non farsi capire dagli adulti.

Nel titolo c’è già il trucco.

È la lingua bet, un gioco per i bambini israeliani, una specie di alfabeto farfallino in cui a ogni sillaba si aggiunge una b con la stessa vocale. «Ani», «io», diventa a-ba-ni-bi, e «ani ohev otach», «ti amo», diventa a-ba-ni-bi o-bo-he-bev o-bo-ta-bach. 

Il testo di Ehud Manor racconta due età dell’amore.

Da piccoli ci si voleva bene di nascosto, si era gentili solo con zii e zie e si sussurrava in codice per non farsi scoprire.

Da adulti si capisce che l’amore è una parola bellissima e che bisogna smettere di nasconderla. 

È una canzone d’amore che racconta come si parla d’amore, ed è più centrata di tutte le ballate strappacuore di quell’anno. 

Trovo quasi romantico che un brano quasi incomprensibile sostenga la bellezza di esprimere i sentimenti in modo chiaro. 

La nascita della canzone ha la sua leggenda.

Ehud Manor voleva scrivere un pezzo sulla lingua bet, che parlava da piccolo, per il festival israeliano delle canzoni per bambini. 

Nurit Hirsh racconta che, sentita l’idea, le venne subito in mente la frase musicale del ritornello e la cantò a Manor al telefono.

Lui suggerì di portarla alla selezione eurovisiva, scrisse le prime due strofe, e per il passaggio centrale, dove il tono da cortile si fa adulto, Nurit Hirsh compose la musica ed Ehud Manor vi adattò le parole. 

Il pezzo nacque in poche telefonate nell’arco di un giorno.

L’aneddoto del festival dei bambini è ormai storiografia popolare, ma non sempre poggia su una fonte primaria.

I due autori non erano due debuttanti fortunati. 

Insieme avevano già firmato «Ey Sham» per il debutto israeliano nel 1973. 

Quella sera Nurit Hirsh diresse l’orchestra di persona, e A-Ba-Ni-Bi resta l’unica vincitrice diretta da una donna. 

L’11 febbraio 1978, al Jerusalem Theatre, la IBA organizzò per la prima volta una vera selezione, dopo lo scontento per la scelta di Ilanit l’anno prima. 

In gara c’erano nomi importanti sulla scena israeliana. 

A-Ba-Ni-Bi e «Belev echad» di Chedva Amrani con i Pilpel Lavan chiusero entrambe a 66 punti, e solo il riesame dei singoli voti portò alla vittoria di Izhar Cohen.

Rivka Michaeli, all’epoca capidelegazione, ammise che la dirigenza non aveva affatto un’alta opinione del brano e che la vittoria nazionale dipese soprattutto dalla debolezza delle alternative. 

Sul palco di Gerusalemme Izhar Cohen sfoggiava un completo bianco alla Elvis e una chioma abbondante, e fu Tzach a volere ballerini per il break strumentale, dicendogli che lui era Michael Jackson e loro il suo gruppo.

L’interprete, di origine yemenita, cantava dall’infanzia con il padre. 

A diciotto anni era entrato nella compagnia dell’esercito Nachal e negli anni Settanta era tra i più trasmessi del Paese. 

Gli Alphabeta, invece, furono messi insieme appositamente per l’occasione, unendo le esperienze di Reuven Erez, Itzhak Okev, Lisa Gold-Rubin, Nehama Shutan ed Esther Tzuberi, tre donne e due uomini. 

Senza il loro controcanto percussivo e quel movimento continuo, non avremmo avuto l’esibizione che colpì tutti. 

Il contest era già da record.

Per la prima volta le nazioni in gara erano venti, con i ritorni di Danimarca e Turchia. 

C’erano due conduttori, Denise Fabre e Léon Zitrone, e un uomo mancava alla conduzione dal 1956.

Per il timore di attentati come quello di Monaco 1972 c’erano duecento poliziotti e i metal detector. 

Izhar Cohen canta come se avesse già trovato qualcosa di più divertente della gara, e davanti a una telecamera la differenza si vede.

Alla fine è disco-pop, rapido e asciutto, con orchestra e archi che allargano il suono senza appesantirlo.

Non è la disco di Chic e non si trasformare Cohen in un clone dei Bee Gees, anzi il ritornello usa le consonanti della lingua bet come sezione ritmica, una vera percussione vocale.

La cosa che amo di più è la chiusura perché dopo il cambio di tonalità, dove quasi tutti aggiungono un ponte o ripetono il ritornello, il brano finisce quasi subito. 

Quella stessa sera ci fu anche chi un codice lo inventò per non andare nel panico. 

Lo svedese Björn Skifs, contrario all’obbligo della lingua nazionale, decise solo all’ultimo di boicottare la sua esibizione cantando in inglese ma dimenticò il testo, così biascicò le prime frasi in una lingua inventata. 

Un grammelot per necessità da una parte, uno scritto per amore dall’altra.

Il voto fu senza appello. 

157 punti contro i 125 del Belgio di Jean Vallée, i 119 della Francia di Joël Prévost, i 107 di Monaco e gli 86 dell’Irlanda. 

Israele ricevette punti da tutti i Paesi tranne la Svezia e ottenne sei volte i dodici punti, da Belgio, Germania Ovest, Lussemburgo, Paesi Bassi, Svizzera e Turchia.

Il consenso fu trasversale, da Nord a Sud, e Izhar Cohen ha sempre respinto la lettura politica, sostenendo che per lui una buona canzone e una buona esecuzione possono battere la politica. 

La Svezia, come abbiamo visto, non diede punti ma al pubblico il singolo piacque fino a spingerlo nella top10 nella propria classifica. 

Uno degli aneddoti più interessanti è legato alle emittenti mediorientali, in cui Paesi che non riconoscevano Israele. 

Non essendo in gara poterono mandare in onda la pubblicità durante l’esibizione israeliana e quando fu chiaro chi avrebbe vinto interruppero la trasmissione mandando in onda un intervallo con fiori e capre.

La televisione giordana interruppe la diretta dopo i cinque dodici consecutivi, ancora un record, con la scusa di un guasto e mandò in onda un mazzo di narcisi. 

Il giorno dopo annunciò la vittoria del Belgio, secondo classificato, che tra l’altro aveva dato dodici punti a Israele. 

Un’ironia simile arrivò nel 1979, quando la Turchia, che aveva contribuito alla vittoria con dodici punti, si ritirò dall’edizione di Gerusalemme dopo le pressioni degli Stati arabi. 

Izhar Cohen impiegò quasi un’ora a percorrere i pochi metri fino alla sala stampa tra centinaia di giornalisti. 

A un certo punto cadde un muro di cartongesso e le troupe si presero a botte per una sua immagine. 

Nurit Hirsh, uscita dalla sala, trovò decine di editori con contratti in mano e il giorno dopo partì per Los Angeles come da programma, mentre Ehud Manor volò in Inghilterra. 

Capirono la portata del risultato solo tornando a casa, dove la vittoria, arrivata nell’anno del trentennale dello Stato, fu vissuta come un riscatto. 

Il cantante la ricorda come un Davide contro Golia, con un’immagine d’Israele che passava da «diasporica» a giovane e vitale.

Il singolo, entrò in classifica in mezza Europa, conquistando anche Germania, Francia e Regno Unito. 

Intorno al titolo si soffre. 

In sovrimpressione comparve come «Ah-Bah-Nee-Bee», mentre Music Week lo scrisse «A-Bi-Ni-Bi» in classifica. 

Ma alla fine sembra quasi appropriato per una canzone che ha deformato le parole in un ritornello scritto come se si avessero 7 anni. 

Poi arrivò la mitizzazione. 

Le cover sono un un curioso a parte. 

Connie Francis la incise in inglese ed ebraico nell’album «Who’s Happy Now?» del 1978, mentre Rika Zaraï ne fece una versione francese con adattamento attribuito a Pierre Delanoë. 

Esistono versioni in croato, in finlandese e in spagnolo, una parodia turca dei Grup Vitamin del 1994, una versione cinese del 1980 di Shiao Lih-ju ripresa da Harlem Yu nel 2009 e una parodia usata come sigla del gioco TVB «Boom Boom Ba». 

Nel 2018 Netta Barzilai la suonò con una chitarra a una corda, e una resa thailandese di Hongtong Daoudon è finita nella terza stagione di «The White Lotus». Se questo non è impatto culturale, ditemi voi cos’è.

La canzone non è mai uscita davvero dal circuito.

Gli Alphabeta, ridotti a quartetto, la riproposero il 22 agosto 1981 a Mysen per i venticinque anni dell’Eurovision. 

Compare nel medley d’apertura di «Congratulations» a Copenaghen il 22 ottobre 2005 e nell’apertura della semifinale di Atene 2006. 

Izhar Cohen tornò in gara nel 1985 con «Olé, Olé», quinto a Göteborg, e fallì le selezioni del 1982, del 1987 e del 1996. 

Che gli Alphabeta non abbiano avuto una grande carriera dopo il trionfo è una piccola ingiustizia. 

Ha fatto il gioielliere a Tel Aviv, è stato portavoce del voto israeliano a Tel Aviv nel 2019 e ha partecipato a «Dancing with the Stars» nel 2024. 

Forse A-Ba-Ni-Bi ha vinto perché non voleva vincere come le altre. 

Non aveva violini strazianti né la posa da inno universale. 

Aveva un gioco di bambini, una sezione ritmica che sembrava rubata a Studio 54 e la convinzione che dire «ti amo» in codice fossw più rivoluzionario che urlare per la pace. 

È stata presa sottogamba perché è allegra, ma la canzone parlava di come, da adulti, disimpariamo la vergogna. 

Nessuno in sala doveva capire che cosa stesse dicendo, ed è proprio per questo che lo capirono tutti.

Il recente omaggio in «Eurovision Song Contest: La storia dei Fire Saga» ha portato il brano anche in un film poi candidato ad un premio Oscar. 

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