
A Faro, in Portogallo, una luce si è spenta, ma la sua eco brillerà per sempre, fuori dal tempo.
Bonnie Tyler è stata per quasi cinquant’anni una delle voci più identificabili della musica popolare mondiale, capace di attraversare decenni, mode e generazioni senza mai perdere quel timbro sabbiato e graffiante diventato il suo marchio di fabbrica, quella specie di tempesta che non si placa mai e che tanti hanno provato a imitare senza mai davvero riuscirci.
Nata Gaynor Hopkins l’8 giugno 1951 a Skewen, un paesino vicino Swansea, nel Galles del Sud, era figlia di un minatore e crebbe in una famiglia numerosa, tra tre sorelle e due fratelli, in una casa dove si cantava più per necessità che per mestiere.
Da bambina registrava i programmi della BBC su un mangianastri a bobine e si metteva a trascrivere a mano i testi delle canzoni che amava di più, crescendo a pane ed Elvis Presley, Beatles, Frank Sinatra e le grandi voci soul.
Lasciò la scuola a sedici anni per lavorare in un negozio di alimentari, ma nel 1969 un concorso locale per talenti la cambiò per sempre. Arrivò seconda cantando “Those Were the Days” e capì che quella era la sua strada. Prima di diventare Bonnie Tyler si fece chiamare Sherene Davis, per non essere confusa con Mary Hopkin, e si esibiva sei sere a settimana nei club di Swansea con la sua band, gli Imagination. Fu lì che un talent scout la notò e le fece firmare un contratto con la RCA, a metà anni Settanta. Il nome d’arte, con cui il mondo l’ha conosciuta, arrivò quasi per gioco, ritagliando nomi e cognomi da un giornale finché non saltò fuori “Bonnie Tyler“.
Il debutto vero e proprio arrivò nel 1976 con “Lost in France“, che la portò dritta nella Top 10 britannica e su un palco prestigioso come quello di Top of the Pops. Ma fu “It’s a Heartache“, uscita tra il 1977 e il 1978, a proiettarla improvvisamente nel panorama musicale globale: quarto posto in classifica nel Regno Unito, terzo nella Billboard Hot 100 americana, primo posto in diversi altri paesi.
Nel 1977, dopo il suo primo tour, le vennero diagnosticati dei noduli alle corde vocali e si rese necessario un intervento chirurgico, seguito da settimane di silenzio assoluto imposto dai medici. Fu proprio durante quella convalescenza che, in un momento di frustrazione per la mancanza di panna montata da accompagnare alle fragole, si lasciò sfuggire un urlo che le lacerò i tessuti appena operati. Quando tornò a parlare la voce non era più la stessa, più ruvida, più profonda, quasi sabbiosa. Convinta che quella mutazione potesse affossarle la carriera, si ritrovò invece con uno strumento vocale unico, capace di dare corpo a tutto quello che sarebbe venuto dopo.
Fu proprio “It’s a Heartache” a portarla per la prima volta davanti agli italiani, sul palco dell’Ariston. Nel 1978 Bonnie Tyler fu ospite del Festival di Sanremo, presentando il brano a un pubblico italiano che fino a quel momento la conosceva solo marginalmente. Fu l’inizio di un legame speciale con l’Italia, che negli anni si sarebbe rinnovato altre due volte.
La vera consacrazione arrivò nei primi anni Ottanta, grazie all’incontro con il compositore e produttore Jim Steinman, già artefice dei suoni epici di Meat Loaf in dischi come “Bat Out of Hell“. Bonnie voleva un suono più grande, più drammatico, e andò a cercarlo proprio da lui. Dalla loro collaborazione nacque, nel 1983, “Total Eclipse of the Heart“, tratta dall’album “Faster Than the Speed of Night“. Debuttò direttamente al numero uno nel Regno Unito, rendendola la prima artista donna britannica a riuscire in un’impresa del genere.
Il singolo diventò un fenomeno planetario, vendendo oltre tredici milioni di copie complessive tra brano e album, conquistando contemporaneamente le classifiche di Regno Unito e Stati Uniti, un traguardo che fece di lei l’unica solista gallese ad aver raggiunto un simile record, e ottenendo una candidatura ai Grammy Award.
Dietro la canzone si nasconde una storia curiosa. Steinman l’aveva concepita inizialmente come parte della colonna sonora di un musical mai realizzato ispirato a Nosferatu, tanto che il titolo di lavorazione era “Vampires in Love“. Lui stesso raccontò di aver voluto scrivere una canzone d’amore, per poi rendersi conto di averla scritta sui vampiri. L’eclissi gli sembrava l’immagine perfetta per descrivere il momento in cui qualcuno viene totalmente sopraffatto dall’amore, come se non ci fosse più luce. Anche il celebre ritornello “Turn around, bright eyes” aveva una storia precedente, perché proveniva da un musical studentesco del 1969 di cui Steinman aveva riciclato un frammento.
In studio la canzone, incisa anche con l’apporto di musicisti di alto livello vicini alla E Street Band di Bruce Springsteen, arrivò a superare i sette minuti nella versione originale in album, tanto era dilatata e teatrale la sua struttura, mentre per la trasmissione radiofonica dovette essere tagliata di circa due minuti e mezzo, anche se i fan avrebbero continuato a chiedere a lungo la versione integrale.
Il video ufficiale che accompagnava il brano, diretto da Russell Mulcahy e pilastro della prima era di MTV, fu girato in un ex sanatorio gotico vittoriano nel Surrey, un tempo destinato a pazienti psichiatrici. Un luogo così cupo e carico di tensione che, secondo le cronache dell’epoca, persino i cani da guardia della produzione si rifiutavano di entrare nelle stanze del seminterrato un tempo riservate all’elettroshock. Dopo le riprese fatte di ninfe, duellanti e colombe al rallentatore, Bonnie Tyler definì scherzosamente Steinman “un pervertito”, non capendo bene il nesso tra quelle immagini e il testo.
L’anno dopo, nel 1984, Bonnie Tyler tornò di nuovo ospite internazionale al Festival di Sanremo, eseguendo proprio “Total Eclipse of the Heart” e contribuendo a farla conoscere in modo definitivo anche a un pubblico italiano che fino ad allora l’aveva percepita come una figura di nicchia. Fu un anno denso per lei, tra la candidatura ai Grammy come migliore interprete rock femminile per “Here She Comes“, brano incluso nel restauro sonoro del film “Metropolis“, e il duetto “A Rockin’ Good Way“ con il connazionale gallese Shakin’ Stevens, arrivato al quinto posto delle classifiche britanniche.
Nel 1985 Steinman scrisse per lei anche “Holding Out for a Hero“, pensata per la colonna sonora del cult “Footloose“, che diventò numero uno in Irlanda e numero due in Gran Bretagna, e ancora oggi resta uno dei brani più riutilizzati nella storia di cinema, pubblicità e serie tv, da Shrek 2 in poi.
Pochi ricordano che fu proprio Bonnie Tyler, nel 1988, la prima interprete di “The Best“, brano che sarebbe poi diventato immortale nella versione di Tina Turner.
La seconda metà del decennio portò altri successi, come “If You Were a Woman (And I Was a Man)” scritto da Desmond Child, la collaborazione con Mike Oldfield in “Islands” nel 1987, il duetto con il brasiliano Fábio Jr. in “Sem Limites Pra Sonhar“, che le portò un primo posto anche in Brasile nel 1986, e nel 1989 l’album “Heaven & Hell” insieme a Meat Loaf.
Non mancò mai, in quegli anni, un impegno per il sociale. Partecipò al supergruppo benefico Ferry Aid, che incise una cover di “Let It Be” dei Beatles per raccogliere fondi dopo il disastro del traghetto Herald of Free Enterprise a Zeebrugge, nel 1987.
Il terzo e ultimo appuntamento con Sanremo arrivò nel 1991, quando Bonnie Tyler tornò all’Ariston come ospite internazionale al fianco di Amedeo Minghi, per interpretare “Endless Night“, versione in lingua inglese di “Nenè“, il brano con cui Minghi si classificò sesto in quell’edizione del Festival.
Fu l’ultima delle tre apparizioni sanremesi, a distanza di oltre un decennio dalla prima, e chiuse simbolicamente un capitolo di rapporto privilegiato con il pubblico italiano che sarebbe comunque proseguito negli anni attraverso tour e concerti, ma mai più sul palco del Festival.
Negli anni Novanta, dopo una fase di transizione, trovò nuova vitalità in Europa continentale grazie alla collaborazione con Dieter Bohlen dei Modern Talking. L’album “Bitterblue“, del 1991, e il singolo omonimo portarono nuove hit nelle classifiche tedesche e austriache, con un sound più mainstream. Continuò a incidere con regolarità, esplorando sonorità blues-rock in “Wings” (2005), promosso con un’intensa tournée europea che toccò anche il celebre Sopot International Song Festival in Polonia, e tornando ad atmosfere orchestrali in “Heart Strings” (2003), anno in cui realizzò anche una versione bilingue di “Total Eclipse of the Heart” insieme alla cantante francese Kareen Antonn, “Si demain… (Turn Around)“, diventata un enorme successo in Francia. Per l’occasione raccontò che la pronuncia francese fu una sfida più complessa del previsto, ma che il risultato le permise di scoprire una dimensione più morbida e cinematografica della propria voce.
Nel 2013 arrivò l’appuntamento che l’avrebbe legata per sempre alla storia dell’Eurovision Song Contest, un capitolo che per importanza e risonanza merita uno spazio superiore a quello di qualsiasi altra tappa della sua lunga carriera internazionale.
Il 7 marzo la BBC annunciò che Bonnie Tyler avrebbe rappresentato il Regno Unito all’edizione di Malmö, in Svezia, con “Believe in Me“, brano firmato da Desmond Child insieme a Lauren Christy e Christopher Braide e tratto dal sedicesimo album in studio della cantante, “Rocks and Honey“, registrato ai Blackbird Studios di Nashville. L’emittente britannica, reduce dai risultati deludenti di Blue nel 2011 e di Engelbert Humperdinck nel 2012, scelse ancora una volta di puntare su un’artista di grande caratura internazionale, consapevole che Bonnie Tyler non aveva nulla da dimostrare dopo decenni di successi globali e che accettò la sfida soprattutto per celebrare, davanti a un pubblico nuovo, una storia musicale capace di attraversare generazioni.
La genesi del brano fu uno dei capitoli più affascinanti dell’intera vicenda. Bonnie si trovava a Nashville in cerca di canzoni per il nuovo disco quando Desmond Child la invitò a cena e le fece ascoltare alcuni demo, ammettendo che uno di questi, “Believe in Me“, non era ancora finito. La sera successiva, mentre a tavola sedeva anche Bob Ezrin, il leggendario produttore di “The Wall” dei Pink Floyd, Child completò il brano quasi per gioco, come se fosse nato da un gesto spontaneo più che da una sessione programmata. Il titolo dell’album, “Rocks and Honey“, nacque proprio in quei giorni da un commento estemporaneo in studio, quando qualcuno descrisse il contrasto tra la voce roca di Bonnie e quella vellutata di Vince Gill, con cui la cantante duettava, come un incontro perfetto tra la durezza delle rocce e la dolcezza del miele. Anche la copertina del singolo mantenne un tono intimo e familiare, grazie a uno scatto firmato dal nipote di Bonnie, il fotografo professionista Andrew Hopkins.
Il testo era una dichiarazione di fiducia rivolta a qualcuno che non credeva più nei segni, nella fede, nell’amore, e Bonnie vi offriva la propria presenza come unico punto fermo: una ballata adulta e misurata, lontana dai melodrammi che avevano caratterizzato alcuni dei suoi successi più celebri. Child scelse persino di mantenere alcune imperfezioni vocali nell’incisione, convinto che la forza del brano risiedesse proprio nella sua vulnerabilità.
Per l’esibizione di Malmö, Bonnie si circondò di una band solida, composta da Anthony Goldsbrough e Michael Gazzard alle chitarre e ai cori, Hayley Sanderson tra chitarra e voce, Kristen Cummings alle tastiere e Grant Mugent-Kershaw alla batteria.
La performance fu volutamente essenziale: durante le prove la delegazione britannica valutò l’idea di un crescendo visivo più marcato, ma fu la stessa Bonnie a insistere per mantenere tutto sobrio, rifiutando qualsiasi messa in scena che potesse snaturare il brano. La critica restò divisa, tra chi ne lodò la sincerità e chi lo giudicò troppo classico per un Eurovision sempre più dominato da produzioni spettacolari.
Il 18 maggio 2013 Bonnie Tyler si esibì come quindicesima concorrente davanti a circa 120 milioni di spettatori. Tra i colleghi in gara arrivò un sostegno particolarmente caloroso dalla finlandese Krista Siegfrids e dal maltese Gianluca Bezzina, mentre il portavoce lituano, comunicando un televoto che non assegnava punti al Regno Unito, non riuscì a trattenersi dall’esclamare in diretta il proprio affetto per l’artista gallese. Il brano chiuse diciannovesimo, ma Bonnie Tyler, con grande sportività, dichiarò di aver dato il massimo e di aver apprezzato profondamente l’esperienza. A consolazione arrivò comunque un piccolo record: “Believe in Me” vinse due categorie agli Eurovision Song Contest Radio Awards, come miglior canzone e miglior artista femminile, rendendo Bonnie la prima rappresentante britannica a ricevere un riconoscimento da quella giuria radiofonica dalla sua istituzione, nel 2006.
Le settimane successive alla finale portarono anche un capitolo controverso. In un’intervista a Le Parisien, Bonnie criticò apertamente le dinamiche politiche del voto, citando un presunto caso di punti “pagati” tra Russia e Azerbaigian; il Daily Mail sostenne che la cantante avesse origliato la conversazione, ma lei smentì, spiegando di aver appreso la notizia da Sky News. La vicenda si intrecciò peraltro con un caso reale, poiché l’Azerbaigian accusò l’organizzazione di non aver conteggiato correttamente alcuni voti destinati alla Russia. Nei giorni successivi alla finale, in Scandinavia il brano registrò comunque un incremento di ascolti superiore a quello britannico, segno che la sensibilità nordica ne colse pienamente la dolcezza: un invito a credere, nonostante tutto, che ancora oggi continua a essere ricordato con affetto da chi ama le storie eurovisive più sincere.
Contrariamente a molte icone della sua generazione, Bonnie Tyler non smise mai di incidere e di esibirsi dal vivo. Nel 2019 uscì “Between the Earth and the Stars“, registrato con David Mackay, lo stesso produttore dei suoi primi due dischi negli anni Settanta, e arricchito da tre duetti con Rod Stewart, Francis Rossi e Cliff Richard. L’ultimo album in studio, il diciottesimo della sua discografia, “The Best Is Yet To Come“, risale al 2021. Anche in tempi più recenti non mancò l’impegno benefico e prestò la voce a una cover di “Don’t Answer Me” dell’Alan Parsons Project per sostenere Bergamo durante l’emergenza Covid. A dimostrazione che l’amore che l’Italia provava per lei era ricambiato.
Nel corso degli anni Bonnie Tyler vendette, secondo le stime più diffuse, oltre cento milioni di dischi nel mondo, entrando nel Guinness dei primati come prima cantante britannica ad aver debuttato direttamente al primo posto della classifica degli album nel Regno Unito. Nel 2023 le fu conferito il titolo di Membro dell’Ordine dell’Impero Britannico (MBE) per i meriti musicali, lo stesso anno in cui pubblicò la sua autobiografia, “Straight from the Heart“. Sposata dal 1973 con Robert Sullivan, cugino del padre di Catherine Zeta-Jones, Bonnie Tyler ha attraversato mezzo secolo di musica restando fedele a sé stessa, senza rincorrere mode né reinvenzioni forzate.
Oggi il suo repertorio continua a essere reinterpretato da nuovi artisti e utilizzato in film, serie tv, videogiochi e spettacoli teatrali, con “Total Eclipse of the Heart” che resta uno dei brani più trasmessi e riconoscibili della musica contemporanea, capace persino di riaccendersi a ogni eclissi astronomica reale, quando gli ascolti in streaming schizzano verso l’alto per un fenomeno tanto curioso quanto affettuoso.
La voce di Bonnie Tyler, nata da un imprevisto e trasformata in una forza espressiva irripetibile, resta un simbolo di resilienza artistica. Da un piccolo villaggio del Galles ai palchi più prestigiosi del mondo, passando per Sanremo, per l’Eurovision e per le classifiche internazionali, il suo percorso rimane uno dei più coerenti e affascinanti della musica contemporanea, quello di una donna che ha trasformato un limite in un tratto distintivo capace di attraversare decenni.
E l’8 luglio 2026, in un ospedale di Faro, in Portogallo, all’età di 75 anni, dopo settimane di complicazioni seguite a un intervento chirurgico d’urgenza, la sua luce si è spenta, ma come per le vere stelle, continuerà a brillare per milioni di anni per noi che guardiamo il cielo in attesa di una nuova eclissi del cuore.
