Ding-A-Dong

Ding-A-Dong

Interprete: Teach-In
Autori: Dick Bakker, Will Luikinga e Eddy Ouwens (musica e testo)

Città/paese organizzatore:  Stoccolma (Svezia) – 1975
Paese vincitore: Paesi Bassi

Top 5

  1. Paesi Bassi –Teach-In – Ding-a-dong152 punti
  2. Regno Unito  – The Shadows – Let Me Be the One138 punti
  3. Italia – Wess & Dori Ghezzi – Era –  115 punti
  4. Francia – Nicole Rieu – Et bonjour à toi l’artiste91 punti
  5. Lussemburgo – Géraldine – Toi – 84 punti

La sera del 22 marzo 1975, alla Sankt Eriks-Mässan di Stoccolma, i Teach-In si ritrovano a rompere il ghiaccio della ventesima edizione dell’Eurovision Song Contest.

Nessuno avrebbe scommesso sulla loro vittoria anche perché nessuna canzone eseguita per prima aveva mai vinto la rassegna.

Ding-A-Dong” ribalta quella sentenza già data.

È il quarto trionfo olandese e porta i Paesi Bassi a eguagliare il record di vittorie allora detenuto da Francia e Lussemburgo.


L’edizione del 1975 introduce il sistema di voto che ancora oggi scandisce i voting, con i punteggi da 12 a 1 per le dieci canzoni preferite.

Ding-A-Dong” è dunque la prima canzone vincitrice dell’era dei “douze points”.

Il contesto è quello di un’Europa ancora attraversata da forti tensioni politiche, e a Stoccolma la settimana eurovisiva fu tutt’altro che spensierata.

Getty Kaspers, la voce del gruppo, avrebbe ricordato anni dopo una presenza insolitamente pesante di telecamere e controlli di sicurezza, legata al timore di azioni della Rote Armee Fraktion, la cosiddetta banda Baader-Meinhof.

Le misure furono così pervasive da farsi sentire persino negli spazi più privati, e la mattina delle prove generali l’edificio venne addirittura evacuato.

Fuori dalla sala, intanto, si organizzava l’Alternativfestivalen contro la commercializzazione della musica, mentre la Svezia ospitava la manifestazione quasi controvoglia, dopo il trionfo degli ABBA con “Waterloo” l’anno precedente, per via dei costi altissimi che ne erano derivati.


Il 26 febbraio 1975 la Nederlandse Omroep Stichting organizza un Nationaal Songfestival con l’intento di scegliere la canzone, non l’interprete.

Tre brani in gara (“Dinge-dong“, “Ik heb geen geld voor de trein” e “Circus“) tra cui una giuria internazionale premia “Dinge-dong“.

Solo a quel punto il brano vincitore viene affidato a tre interpreti diversi, Albert West, Debbie e i Teach-In.

A decidere quale associazione brano/interprete volerà a Stoccolma è una giuria popolare.

Quindi “Ding-A-Dong” avrebbe dunque potuto rappresentare i Paesi Bassi con una voce completamente diversa poiché nasce fin dall’inizio come una canzone pensata per essere adattabile, capace di vivere con interpreti differenti.


I Teach-In non erano un progetto costruito su misura per l’Eurovision, ma una band di Enschede attiva dal 1967, con già alle spalle un 1974 molto positivo in classifica.

La formazione che sale sul palco svedese è quella della stagione d’oro, composta della cantante austriaca Getty Kaspers, insieme ad Ard Weeink, Chris de Wolde, John Gaasbeek, Koos Versteeg e Rudi Nijhuis.

Quando Getty Kaspers seppe dell’ammissione dei Teach-In alla selezione nazionale, ascoltò diversi brani candidati senza trovarne uno convincente.

Quando il produttore Eddy Ouwens portò un nastro con una melodia a cui stava lavorando Dick Bakker, bastò un ascolto, secondo il ricordo della cantante, perché il gruppo sentisse di aver trovato quello che cercava.

Il testo fu scritto soprattutto da Will Luikinga mentre la musica e l’orchestrazione sono di Dick Bakker, che costruì la melodia in la minore, poi prodotta da Eddy Ouwens.
Nonostante l’andamento up-tempo e il messaggio dichiaratamente ottimista, “Ding-A-Dong” è scritto interamente in tonalità minore, una scelta che in teoria musicale suggerirebbe malinconia più che leggerezza.

Il contrasto tra la spinta ritmica e quell’ombra armonica di fondo è ciò che rende la scrittura più sofisticata di quanto il ritornello orecchiabile fin dal primo ascolto, lasci intuire.

I commentatori dell’epoca hanno spesso definito la melodia “ABBA-istiche“, con cambi d’accordo rapidi e una costruzione pop efficacissima che, pur non essendo un’imitazione, testimonia quanto il successo di “Waterloo” avesse ridefinito l’idea di cosa potesse funzionare all’Eurovision.


Sfruttando la regola della lingua libera in vigore dal 1973 al 1976, il pezzo nato in olandese, viene tradotto per la finale internazionale e inciso in tre versioni: olandese, lingua con cui vinse la selezione nazionale, inglese, lingua con cui vinse l’Eurovision 1975 e tedesca, quest’ultima intitolata “Ding ding-a-dong”, lingua per conquistare il più grande mercato europeo per i prani eurovisivi.

È una strategia tipica dell’epoca per massimizzare la circolazione nei diversi mercati, ma nel passaggio dall’olandese all’inglese il brano cambia pelle anche dal punto di vista narrativo, ed è forse il dettaglio più interessante e meno noto dell’intera vicenda.

Nella versione originale il “ding-a-dong” è il battito del cuore di una donna che ricorda una separazione amorosa. Nel testo sono presenti altri suoni onomatopeici come “bim-bam-bom” per imitare il cuore impaurito e “tikke-tikke-tak” per il ticchettio dell’orologio durante l’attesa di un ritorno che non arriva.

È un piccolo racconto emotivo in cui il gioco fonetico diventa linguaggio corporeo.

La versione inglese, quella ascoltata dal pubblico europeo a Stoccolma, abbandona questa concretezza narrativa per farsi manifesto di pensiero positivo e rivela che quando ci si sente infelici basta cantare una canzone che fa “ding ding-a-dong”, ogni volta che si coglie un fiore, anche quando l’amore se n’è andato.

Getty Kaspers avrebbe confessato anni dopo di aver trovato la versione olandese quasi incomprensibile, chiedendo scherzosamente a Luikinga se l’avesse scritta dopo una bevuta, ottenendo come risposta che gli era stato chiesto un testo vincente e che il compito era stato assolto.


In Gran Bretagna la parola “dong” strappò più di un sorriso malizioso, essendo gergo per l’organo maschile, ma la melodia era troppo contagiosa perché il dettaglio nuocesse davvero.

Inoltre nei Paesi Bassi, il clima di fiducia attorno al brano era tale che l’editore discografico Willem van Kooten fece stampare le copertine dei dischi con la dicitura “Eurovisie-winnaar” ancora prima della serata di Stoccolma, una scommessa che il verdetto delle giurie avrebbe premiato.

Sul palco, oltre alla performance vocale di Kaspers, restò impressa nella memoria collettiva anche una piccola trovata scenica: sul finale viene frantumato un oggetto di vetro, a simulare la rottura di un triangolo proprio sull’ultima nota.

Un espediente semplice ma capace di aggiungere un tocco teatrale a una canzone già costruita su ritmo e gestualità.

Non mancano nemmeno retroscena più tecnici, come Dick Bakker che chiese (e ottenne) una prova aggiuntiva poco prima della diretta, perché durante le prove generali il suono riservato al primo brano in scaletta risultava sempre più povero degli altri, ma soprattutto per me è divertente che nel tabellone video di quella sera il titolo comparve come “Ding dinge dong“.


Il successo commerciale del brano fu ampio ma tutt’altro che uniforme da paese a paese.

Nei Paesi Bassi “Ding-A-Dong” non andò oltre il terzo posto in classifica, mentre conquistò la vetta in Svizzera e in Norvegia, ma arrivò secondo in Svezia e nelle Fiandre, nella Top10 in Germania e in Irlanda.

Riuscì anche a conquistare il Regno Unito, dove il singolo sfiorò la top10 restando sette settimane in classifica.

Entrò persino nella classifica Easy Listening/Adult Contemporary di Billboard negli Stati Uniti al numero 22, un mercato quasi impermeabile al concorso.

Diversi furono i lati B a seconda dei mercati, da “Let Me In“, “The Circus Show” a “You And Me“.

Le cover non tardarono ad arrivare.

Rika Zaraï la incise in francese come “Petit Train“, In Turchia le versioni furono due (Füsun Önal cantò “Söyleyin Arkadaşlar” e Ayla Algan, “Dünya Tersine Dönse“), mentre la cantante finlandese Hanne ne propose una versione non ufficiale nello stesso anno; a queste si aggiunsero l’adattamento ungherese di Sarolta Zalatnay e quello greco di Bessy Argyraki, fino alla rilettura russa di Alyona Apina e Murat Nasyrov, che nel 1997 ne riciclarono la melodia per “Lunnyje nochi“.

In tempi più recenti, il gruppo britannico Edwyn Collins ne registrò una cover per il programma Eurotrash, e i tedeschi beFour la reincisero come singolo per Germania, Austria e Svizzera.


Getty Kaspers ha raccontato di aver scoperto solo molti anni dopo, da un incontro con lo stesso musicista, che la parte di basso del disco era stata suonata da Hans Vermeulen, noto soprattutto per la sua attività con i Sandy Coast e i Rainbow Train, anche se nei crediti il suo nome risultava effettivamente presente.

Harry van Hoof, che diresse l’orchestra a Stoccolma, con i diritti d’autore di “Ding-A-Dong” si sarebbe fatto costruire una piscina accanto a casa.


Getty Kaspers ha ricordato con una certa nostalgia il periodo precedente la vittoria, quando i Teach-In vivevano ancora la dimensione informale di un gruppo di Enschede, con amici e fan che passavano liberamente dalla casa condivisa con il bassista John Gaasbeek, tra scherzi ed esperimenti al registratore.

Dopo Stoccolma arrivarono invece viaggi continui, apparizioni televisive e trasferte promozionali in tutta Europa, un ritmo che finì per logorare la formazione, fino a sciogliersi definitivamente nel 1980.


Per i Paesi Bassi, quella del 1975 rimase l’ultima vittoria per 44 anni, fino al successo di Duncan Laurence con “Arcade” nel 2019.

Un lunghissimo digiuno che ha reso “Ding-A-Dong” un riferimento costante e la formazione del 1975 è rimasta talmente iconica da essere richiamata per lo show dei venticinque anni “Songs of Europe” a Mysen nel 1981 e, quasi cinquant’anni dopo, per il medley “Rock the Roof” nella finale dell’Eurovision 2021 a Rotterdam.

Ding-A-Dong” è un piccolo laboratorio di pop europeo della metà degli anni Settanta che vinse rovesciando due convinzioni non scritte, quella secondo cui per trionfare bisogna cantare per ultimi e quella secondo cui per emozionare serve una tonalità maggiore.

I Teach-In fecero l’esatto contrario, e funzionò.

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