Diva

Diva

Interprete: Dana International
Autori: Svika Pick e Yoav Ginai  (musica e testo)

Città/paese organizzatore:  Birmingham (Regno Unito) – 1998
Paese vincitore: Israele

Top 5

  1.  Israele –Dana International – Diva– 172 punti
  2. United Kingdom  – Imaani – Where are you? – 166 punti
  3. Malta – Chiara – The One That I Love –  165 punti
  4. Paesi Bassi – Edsilia Rombley – Hemel en aarde – 150 punti
  5. Croazia – Danijela – Neka mi ne svane – 131 punti

Il 9 maggio 1998, alla National Indoor Arena di Birmingham, Dana International arriva e canta in ebraico una canzone di tre minuti costruita attorno a una parola che non ha bisogno di traduzione.

Quando la serata finisce, Israele ha vinto l’Eurovision per la terza volta.

Fermarsi al risultato, però, significa non aver guardato praticamente nulla del brano, dell’interprete e dell’edizione appena conclusa.

Diva è il punto in cui il vecchio Eurovision, quello delle liturgie e dell’orchestra, si scontra con quello che verrà.
È anche una delle vittorie più necessarie che il concorso abbia mai avuto.

La coincidenza storica è quasi troppo perfetta.

Quella del 1998 è l’ultima edizione con l’orchestra dal vivo e l’ultima con l’obbligo di cantare nella propria lingua nazionale.

È anche la prima decisa in larga parte dal pubblico.
Infatti tutti i paesi tranne Ungheria, Romania e Turchia assegnano i punti con il televoto.

L’Italia non c’è.
La Rai si era ritirata e sarebbe tornata solo nel 2011.

Israele, invece, torna dopo un anno fuori, retrocesso nel 1997 per la media punti, e vince subito.

Dana, nata Yaron Cohen a Tel Aviv nel 1969 in una famiglia di origine yemenita, aveva alle spalle una strada lunga e solitaria.
Aveva esordito come drag queen nei locali della città, si era operata a Londra nel 1993 e aveva lanciato quello stesso anno, con il dj Offer Nissim, “Saida Sultana“.

Nel 1995 aveva sfiorato l’Eurovision con “Layla Tov, Eropa“, arrivando seconda alle preselezioni.
Per il 1998 l’IBA rinunciò alla finale televisiva e scelse internamente.
Una lotta interna con “Shir Tikva” di Arkadi Duchin e degli Halimonim.

L’annuncio arrivò il 23 novembre 1997 e due giorni dopo l’AP riferiva già della richiesta del partito Shas di escluderla. Quella commissione ebbe un coraggio che oggi diamo per scontato.

Le proteste dei settori ultraortodossi trasformarono una selezione musicale in un caso politico.
Arrivarono petizioni, minacce di morte e dichiarazioni brutali, come quella del viceministro Shlomo Benizri che la definì un abominio.

A Birmingham Dana fu alloggiata all’Hyatt Regency, l’unico albergo della città con i vetri antiproiettile, e si mosse sempre scortata.

Quando le chiesero se quel clima la spaventasse, rivendicò di rappresentare l’Israele liberale, quello che accetta le persone per ciò che sono.

Subito dopo la vittoria mandò ai critici un messaggio di perdono, ricordando di essere parte della nazione ebraica e di credere in Dio.
Offrì il successo come regalo per il cinquantesimo anniversario d’Israele, mentre in piazza Rabin, a Tel Aviv, centinaia di persone festeggiavano.
Lei restò con i giornalisti tutta la notte, morendo dalla voglia di essere lì.

Eppure sarebbe un errore ridurre Diva a manifesto civile.
Dana non vinse perché l’Europa decise di pronunciarsi sui diritti delle persone transgender ma perché aveva la canzone giusta in un anno in cui il pubblico era pronto a premiare qualcosa di diverso.

Prima arrivava il ritornello, poi tutto ciò che quel ritornello finì per rappresentare.

Ed è questo che, a mio avviso, le dà forza.

Dana entra da popstar, rivendica il diritto al glamour, alla vanità, all’ambizione, e rifiuta il ruolo della candidata coraggiosa a cui concedere un’attenzione educata.

Ma il peso simbolico della sua partecipazione è reale.

Fu la prima artista apertamente transgender a partecipare e a vincere, e la prima vincitrice apertamente LGBTQ, dopo che il primo partecipante dichiaratamente gay c’era stato solo nel 1997.

Nel 1998 vederla al centro della scena non era normale, e quella sera lo rese un po’ meno impensabile.

Poi c’è la canzone.
La musica è di Svika Pick, soprannominato “il Maestro”, primo vero glam rocker israeliano.
Inseguiva l’Eurovision da anni, perfino con una “Domino” nel 1987, e nel 1998 ottenne ciò che cercava.
Il testo è di Yoav Ginai, nato da una notte in un club di New York dove un dj presentò una cantante imponente come “la mia diva”.
Ginai uscì, accese una sigaretta e buttò giù i versi.
Pensava a nomi biblici, Rachele, Miriam, Sara, ma Dana li scartò perché non erano universali.
Così arrivarono Victoria, Afrodite, Cleopatra.
Tre modelli impossibili di potere femminile.

Victoria è un gioco di parole, la dea romana della vittoria e la regina inglese, un’ambiguità che davanti a un pubblico britannico funzionava benissimo.
Afrodite è il desiderio che diventa arma.
Cleopatra la politica che usa la bellezza e muore per non arrendersi.

Il testo non racconta Dana in senso autobiografico, ma cantato da lei acquista inevitabilmente un secondo livello.
Una donna contestata in patria entra in scena cantando l’apoteosi della donna che possiede il palco.

La versione ebraica, l’unica ammessa quell’anno, ha anche una trovata che le traduzioni cancellano.
L’esortazione “viva nari’a“, “acclamiamo“, suona quasi identica al “viva Maria” dell’inglese, un gioco di assonanza tra le due lingue.

Per il resto la diva è un impero per gli angeli, un’isteria quando appare, una canzone d’amore fatta persona.

Nella versione inglese è angelo quando piange e diavolo quando ride.
Davanti a un pubblico che non capiva l’ebraico, i nomi riconoscibili e il ritornello martellante portavano il senso a destinazione lo stesso, e il mistero linguistico faceva parte del fascino.

Per questo l’identità di Diva è rimasta inseparabile dall’originale.

Resta anche l’ultima vincitrice interamente non inglese fino a “Molitva” di Marija Šerifović, nel 2007.

Musicalmente è un mid-tempo a metà tra disco ed Eurodance.
Non è la canzone più sofisticata della sua generazione, e non ha bisogno di esserlo.

Punta sulla reiterazione.
Il ritornello torna, insiste e diventa più grande delle strofe, un coro da stadio travestito da pista da ballo.
Lo produsse Offer Nissim, con arrangiamento di Alon Levin, dopo che Alon Oleartchik aveva rifiutato l’incarico perché non vedeva alcun potenziale nel pezzo.
Dana stessa all’inizio non ci credeva e il brano restò a lungo in un cassetto.

Il suono è tipicamente fine 90, circoscritto al suo tempo, ma ha un’identità.

Basta il modo in cui Dana scandisce “Cleopatra” per riconoscerla.

Sul palco la scelta fu l’essenzialità.
Un abito argento-azzurro dell’israeliana Galit Levi, quattro coriste vestite di nero, nessuna coreografia e una base preregistrata.

Una produzione così elettronica sarebbe stata assurda da vestire d’archi, e una delle canzoni simbolo dell’ultimo Eurovision orchestrale suona già come una canzone di quello successivo, visto che dal 1999 l’orchestra scomparve del tutto.

Il vero momento televisivo arrivò dopo.
Per la reprise Dana si ritirò a cambiarsi e tornò con il celebre abito di piume di Jean Paul Gaultier, che non aveva indossato in gara, una mantellina arcobaleno su un bustier nero, dalla collezione Haute Couture del 1997.

I conduttori e Katrina Leskanich, la vincitrice del 1997, restarono in diretta a riempire un’attesa che li fece sembrare perplessi.
Un momento che l’Eurovision di oggi, cronometrato al millimetro, non si permetterebbe, e rende la scena migliore.

Peccato che quella gonna di piume sia rimasta più della canzone, raccontando la Dana personaggio, mettendo in secondo piano l’autrice di un ottimo singolo pop.

Non fu un fuoco di paglia.
Il singolo uscì il 25 maggio 1998, anche in versione inglese, e debuttò nelle classifiche del Regno Unito, sfiorando la top10, che fu invece centrata in altri Paesi del nord e centro Europa.
Per un vincitore degli anni Novanta non era scontato.

La seconda vita della canzone è persino più curiosa della prima.
Nel 2005 Diva fu l’unico brano degli anni 90 a partecipare a Congratulations, lo speciale per i 50 anni del concorso.

Nel 2019, a Tel Aviv, Dana cantò Diva alla parata di apertura.

Nel 2025, ventisette anni dopo Birmingham, Dana accese una fiaccola alla cerimonia nazionale per il Giorno dell’Indipendenza, un onore che riaccese le proteste di una parte dei gruppi conservatori.
Svika Pick e Ginai, intanto, restarono nel giro eurovisivo, firmando “Light a Candle” per Israele nel 2002 e “Hasta la vista” per l’Ucraina nel 2003, ma non ritrovarono più un bersaglio così perfetto.

Sarebbe retorico dire che Dana cambiò il mondo in tre minuti, e sarebbe anche falso immaginare un’Europa che quella sera si svegliò priva di transfobia.

Proprio per questo la vittoria conserva tutta la sua forza.
Accadde prima che quella rappresentazione fosse prevedibile, quando una donna trans al centro di uno spettacolo televisivo internazionale non era un fatto normale.

Diva è appariscente, ripetitiva, melodrammatica, persino un po’ sfacciata, e togliergli questi difetti vorrebbe dire rovinarla.

È grande perché non chiede di essere importante mentre intercettava con esattezza una trasformazione più grande di lei.
Cambiò ciò che era possibile vedere vincere, o anche solo salire, sul palco musicale più importante d’Europa.

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