
Interprete: Milk and Honey
Autori: Kobi Oshrat e Shimrit Orr (Testo e musica)
Città/paese organizzatore: Gerusalemme (Israele) – 1979
Paese vincitore: Israele
Top 5
1. Israele – Milk and Honey – Hallelujah – 125 punti
2. Spagna – Betty Missiego – Su canción – 116 punti
3. Francia – Anne-Marie David – Je suis l’enfant-soleil – 106 punti
4. Germania – Dschinghis Khan – Dschinghis Khan – 86 punti
5. Irlanda – Cathal Dunne – Happy Man – 80 punti
Il 31 marzo 1979, al Binyanei HaUma di Gerusalemme, quattro persone che fino a pochi mesi prima non avevano mai cantato insieme regalarono a Israele la sua seconda vittoria consecutiva con una canzone che quasi nessuno voleva.
Eppure oggi “Hallelujah” è uno dei simboli di un’epoca.
Kobi Oshrat scrisse la musica, Shimrit Orr le parole, e il brano fu proposto già nel 1978 alla selezione israeliana per l’Eurovision di quell’anno, per poter accedere alla gara nazionale.
Bocciato.
La commissione lo giudicò non abbastanza forte.
Ma non fu un caso isolato, perché il brano raccolse rifiuti anche da festival in Cile e in Giappone, restando sempre nel cassetto.
Nel 1979 l’Israel Broadcasting Authority lo propose per il Festival della Canzone israeliana, associandolo al gruppo Hakol Over Habibi.
Fu la vocalist Shlomit Aharon a tirarsi indietro per tensioni interne e il non voler andare all’eurovision, e i produttori dovettero rimettere insieme tutto in fretta.
Chiamarono Gali Atari, terza alla selezione nazionale dell’anno prima, e le costruirono attorno un trio maschile, pensato apposta per replicare la stessa formula vocale del gruppo che aveva rinunciato, composto da Shmulik Bilu, Reuven Gvirtz e Yehuda Tamir.
I Milk & Honey nacquero come soluzione di ripiego.
Il nome poi prometteva la terra del latte e del miele biblica, ed era esattamente ciò che serviva a una canzone che dice “alleluia” senza mai davvero nominare Dio.
Alla finale nazionale, il 27 gennaio 1979, “Hallelujah” vinse per un margine di soli due punti su “Ein li ish milvadi” di Tzvika Pick, lo stesso Pick che vent’anni dopo avrebbe firmato la musica di “Diva“, il brano con cui Dana International avrebbe portato a Israele il terzo trionfo eurovisivo.
Quell’edizione dell’Eurovision si tenne a Gerusalemme dopo il trionfo dell’anno precedente, e fu la prima volta che il contest si teneva fuori dall’Europa geografica.
A presentare ci furono Yardena Arazi e Daniel Pe’er, ed era fresca la firma del trattato di pace tra Israele ed Egitto a Washington, pochissimi giorni prima.
Queste circostanze caricarono quella sera di un peso che va oltre la classifica.
La messa in scena, firmata dal compositore Kobi Oshrat, che quella sera diresse anche l’orchestra, punta tutto su un crescendo senza trucchi.
Gali Atari entra da sola, poi uno alla volta i tre di Milk & Honey la raggiungono, e il brano attraversa tre modulazioni verso l’alto che intensificano il tono fino al finale corale.
Quella direzione d’orchestra rischiò di saltare per uno sciopero improvviso dei musicisti della radiotelevisione israeliana, rientrato solo poche ore prima della diretta.
Il testo non costruisce un inno liturgico ma loda il giorno che nasce, l’amore, la libertà, ciò che è stato e ciò che sarà, e trasforma una parola di origine religiosa in un sentimento universale che non ha bisogno di traduzione per arrivare.
Il finale di quella serata resta uno dei più tensivi della storia del contest.
Quando mancava una sola giuria, era la Spagna di Betty Missiego con “Su canción” a condurre, di un solo punto.
L’ultima giuria a votare era proprio quella spagnola, che diede dieci punti a Israele, strappando la vittoria al proprio Paese consegnandola ad “Hallelujah“.
Israele divenne così il quarto paese ospitante a vincere in casa dopo Svizzera, Spagna e Lussemburgo, un’impresa che solo l’Irlanda avrebbe ripetuto.
Il successo che ne derivò non fu affatto scontato per un brano in ebraico.
“Hallelujah” fu incisa anche in inglese, francese e tedesco.
Ma a colpire è che arrivò prima in Finlandia, Irlanda, Norvegia, Svezia e naturalmente Israele, quinta nel Regno Unito dove restò otto settimane in classifica in un mercato che in quel momento ospitava Art Garfunkel, Bee Gees e i Supertramp.
Negli Stati Uniti se ne accorsero perfino Steve Lawrence e Eydie Gorme, che ne incisero una loro versione portandola al Tonight Show di Johnny Carso.
Un dettaglio che dice molto di quanto il brano fosse uscito dal recinto festivaliero.
Meno note sono la cover cecoslovacca del 1987, “Hrajme píseň“, firmata da Marika Gombitová, Karel Gott e Josef Laufer, e la versione polacca, “Alleluja miłość twa“, cantata da Eleni nel 1994.
Sono proprio queste diramazioni laterali a raccontare quanto in profondità la canzone fosse penetrata nell’immaginario pop europeo di fine anni Settanta, restando concretamente nei ricordi dell’Est.
Con gli anni “Hallelujah” è diventata quasi uno standard della cultura ebraica moderna e della diaspora, eseguita in cerimonie e momenti collettivi.
Nel 1999, quando l’Eurovision tornò a Gerusalemme, tutti i concorrenti la cantarono insieme come omaggio alle vittime delle guerre nei Balcani.
Nel 2005 fu Gali Atari a riproporla per il cinquantenario di Copenaghen.
Nel 2018, per il settantesimo di Israele, la reincise in duetto con Eden Ben Zaken e nel 2019, per i quarant’anni del brano a Tel Aviv, cantò la “switch song” da sola accanto a Conchita Wurst, Måns Zelmerlöw, Eleni Foureira e Verka Serduchka, rifiutando di duettare di nuovo con gli ex Milk & Honey.
Nel 2020 fu eseguita anche nello speciale Europe Shine a Light insieme a giovani artisti olandesi.
Ma c’è un capitolo che resta legato alla storia del contest, perché racconta quanto l’Eurovision sia comunque subordinato alla vita reale dei paesi che vi partecipano.
Israele, campione in carica, avrebbe dovuto ospitare anche l’edizione del 1980, ma l’IBA rinunciò.
Pesavano i costi già enormi dell’organizzazione del 1979, sommati a quelli del passaggio della televisione israeliana al colore, completato solo nel 1983.
Dopo il rifiuto di Israele, anche la Spagna e il Regno Unito declinarono l’offerta di organizzare l’edizione che passò alla televisione olandese NOS che in tutta fretta la tenne a L’Aia, riciclando parte della scenografia usata nella stessa città nel 1976.
Dopo di che L’EBU fissò la finale al 19 aprile 1980, e quella data coincideva con Yom HaZikaron, il giorno israeliano dedicato alla memoria dei caduti in guerra e delle vittime del terrorismo.
Una ricorrenza di lutto solenne che rendeva impensabile qualunque trasmissione di intrattenimento.
Non l'”Holocaust Memorial Day“, lo Yom HaShoah, che nel 1980 cadde il 13 e 14 aprile, mentre lo Yom HaZikaron iniziò il 19 e finì il 20.
Quindi Israele non solo non ospitò, ma non partecipò nemmeno, restando ancora oggi l’unico caso nella storia dell’Eurovision in cui il paese vincitore in carica non ha difeso il titolo l’anno successivo.
A completare il quadro surreale di quell’edizione ci fu il debutto del Marocco, di cui si è sempre vociferato fosse stato pensato proprio per colmare il vuoto lasciato da Israele.
Meno di un anno dopo la vittoria Gali Atari lasciò Milk & Honey, sostituita da Leah Lupatin, e avviò contro il produttore Shlomo Zach una causa per royalties non versate, trascinatasi per oltre un decennio fino a una sentenza a suo favore nel 1994.
La storia non finì lì.
Nel 2003 lo stesso Zach, insieme ai soci, fece causa al compositore Kobi Oshrat sostenendo che anche lui, in quanto socio del gruppo, dovesse contribuire ai pagamenti dovuti ad Atari, una questione chiusa solo nel 2009 in mediazione.
Milk & Honey, senza Gali Atari, provano a tornare alla ribalta nazionale con “Serenada” nel 1981, quarto posto, e “Ani Ma’amin” nel 1989, ottavo, senza più ritrovare lo stesso fulgore.
“Hallelujah” non vinse perché fosse la canzone più moderna di quella serata, né perché Gali Atari possedesse la voce più spettacolare in gara.
La vittoria arrivò perché ogni elemento serviva lo stesso obiettivo, senza che nessuno pretendesse di diventare più importante della canzone.
La sua ingenuità oggi mi sembra quasi sovversiva.
Non ha paura di essere positiva, non inserisce cinismo per sembrare adulta, non si vergogna di dire semplicemente grazie.
Resta il fatto che pochissimi vincitori eurovisivi possono vantare una vita pubblica così lunga fuori dal contest, richiamata ogni volta che l’Eurovision ha bisogno di un momento di unità collettiva senza dover spiegare da dove venga.
Ed è per questo che “Hallelujah” ha iniziato ad appartenere a tutti, ogni anno.
