
In alto i calici di champagne per salutare l’ultimo dei romantici.
Giuseppe Faiella, per tutti Peppino di Capri, ha chiuso gli occhi per l’ultima volta nella sua Villa Castiglione a Capri.
Avrebbe compiuto 87 anni il prossimo 27 luglio, e da tempo combatteva una lunga malattia affrontata con la stessa discrezione che aveva sempre riservato alla sua vita privata.
L’ultimo saluto verrà dato nell’ex cattedrale di Santo Stefano, in piazzetta a Capri, lo stesso luogo simbolico da cui era partita, decenni fa, la sua leggenda.
Con lui se ne va uno degli ultimi grandi protagonisti della musica leggera italiana del Novecento, capace di attraversare quasi settant’anni di carriera senza mai perdere un’eleganza immediatamente riconoscibile, fatta di pianoforte, voce confidenziale, ironia sottile e malinconia mai esibita.
Il talento era di famiglia: il nonno suonava nella banda dell’isola, il padre Bernardo gestiva un negozio di dischi e strumenti e nel tempo libero passava dal sax al clarinetto, dal contrabbasso al violoncello.
In una casa così, Giuseppe cresce respirando musica fin da bambino, e a soli quattro anni, nel 1943, si ritrova già a suonare per le truppe americane di stanza sull’isola durante la guerra, riproducendo a orecchio gli standard che arrivavano da oltreoceano.
Un’immagine quasi cinematografica che anticipa il legame fortissimo con i suoni americani, coltivato poi negli studi di pianoforte classico iniziati a sei anni a Napoli con un’insegnante tedesca severissima che lo allontanava dalle lezioni ogni volta che lo sorprendevano a suonare jazz di nascosto, il che la dice lunga su dove sarebbe andata a parare la sua strada.
Nei primi anni Cinquanta forma con il batterista Ettore “Bebè” Falconieri il Duo Caprese, esibendosi nei night club di Capri e Ischia e già 1956 arriva la prima apparizione televisiva, nel programma di Enzo Tortora “Primo applauso” dove cantano “Cry” e “Tu vuo’ fa’ l’americano“, vincendo la puntata e portando a casa un televisore, premio che racconta il passaggio dall’Italia del dopoguerra a quella della modernità meglio di tante biografie.
Nel 1958 nasce il gruppo che lo lancerà davvero, i Rockers, e con esso il nome d’arte.
Fu il chitarrista Mario Cenci a suggerirgli di usare semplicemente il soprannome con cui lo chiamavano già tutti, legato all’isola natale.
Con “Malatia“, “Nun è peccato” e “Let me cry” arriva il primo, immediato successo.
Diede vita a una rivoluzione discreta ma decisiva, perché non stravolse la canzone napoletana, semplicemente la vestì diversamente, sostituendo l’enfasi orchestrale con il pianoforte e avvicinando la voce all’ascoltatore invece di sovrastarlo.
Gli anni Sessanta lo consacrano re del ballo e ponte fra due mondi.
“Voce ‘e notte“, “Nessuno al mondo“, “Luna caprese“, “Roberta” (dedicata alla prima moglie), “Daniela“, “Quando“, fino alla versione italiana di “Let’s Twist Again“, che vende circa un milione di copie, e a “St. Tropez Twist“, che la Rai giudicò inizialmente troppo sensuale salvo doversi ricredere davanti a trecentomila copie vendute in un mese.
Anche “Speedy Gonzales” arriva primo in classifica.
Nel 1965 è tra i pochissimi artisti italiani chiamati ad aprire i concerti dei Beatles in Italia, al Velodromo Vigorelli di Milano e mentre il mondo si prepara all’esplosione del beat, lui è già abbastanza affermato da accogliere sul palco la band che cambierà per sempre la musica popolare. Parallelamente si muove anche nel cinema dei musicarelli, portando sullo schermo le sue canzoni, che diventano colonna sonora di un’Italia che scopre il boom economico e le vacanze al mare.
Nel 1970 vince l’ultimo Festival della Canzone Napoletana con “Me chiamme ammore“, in coppia con Gianni Nazzaro, proprio nell’anno in cui fonda la propria etichetta discografica, la Splash.
Ma è il Festival di Sanremo il vero grande amore della sua carriera.
Infatti sono quindici partecipazioni complessive, un record condiviso con artisti come Milva, Toto Cutugno, Al Bano e Anna Oxa.
Debutta nel 1967 con “Dedicato all’amore“, la cui seconda voce era quella di Dionne Warwick.
Torna nel 1971 con “L’ultimo romantico“, titolo quasi profetico per un interprete che il romanticismo lo trasformava sempre in una forma di modernità.
La prima vittoria arriva il 10 marzo 1973 con “Un grande amore e niente più“, scritta fra gli altri da Claudio Mattone, Franco Califano ed Ernest John Wright, un brano nato proprio nella fase in cui, appena fondata la Splash, Peppino cercava un rilancio e lo trovò nella penna malinconica di Califano.
Tre anni dopo, nel 1976, bissa con “Non lo faccio più” e la narrazione popolare vuole che, convinto di non aver vinto, si fosse già infilato l’impermeabile per andarsene quando sentì gridare il suo nome e dovette tornare di corsa sul palco.
Proprio nel 1973, a pochi mesi dal trionfo sanremese, nasce anche la canzone che più di ogni altra lo consegnerà alla memoria collettiva.
“Champagne“, firmata da Mimmo Di Francia insieme a Depsa e Sergio Iodice, fu presentata a Canzonissima alla fine di quell’anno.
Mimmo Di Francia concepì la melodia durante un viaggio in taxi in una notte di nebbia, pensando quasi ad Aznavour o a Modugno come possibili interpreti, mentre Peppino, ascoltando un provino pensato per altri, capì che quella storia di brindisi e dignità ferita apparteneva alla sua voce.
Il successo fu lento ma inarrestabile ed entrò nei night, nei piano bar, nei matrimoni, diventando un rito nazionale, spesso frainteso come canzone allegra quando in realtà racconta un uomo che ordina da bere per nascondere la fine di un amore, forse un incontro clandestino mai davvero risolto.
Nel tempo è stata incisa in numerose lingue, ha conquistato un pubblico enorme in Germania, Spagna e soprattutto in Brasile e America Latina.
Nel 2025 Rai 1 le ha dedicato un film tv, “Champagne – Peppino di Capri“, diretto da Cinzia TH Torrini e interpretato da Francesco Del Gaudio, girato anche nella vera villa del cantante e concluso proprio con la vittoria sanremese del 1973, ma che di fatto racconta la storia del suo interprete fino a quel momento.
Il rapporto con Sanremo prosegue negli anni come luogo di ritorno continuo: “Tu cioè…” nel 1980, “E mo’ e mo‘” nel 1985, “Il sognatore” nel 1987 con un arrangiamento jazz che gli vale il quinto posto, poi “Nun chiagnere“, “Il mio pianoforte“, “Evviva Maria“, “Favola blues“, “La voce delle stelle“, fino al Trio Melody del 1995 insieme a Gigi Proietti e Stefano Palatresi con la scanzonata “Ma che ne sai… se non hai fatto il piano-bar“, e a “Pioverà (Habibi ené)” nel 2001. L’ultima partecipazione, nel 2005, porta “La panchina“, delicata riflessione sulla vecchiaia perfettamente coerente con un artista ormai memoria vivente della canzone italiana.
Nello stesso periodo riceve il titolo di Commendatore della Repubblica.
Nel 2023 l’Ariston lo richiama per il Premio alla Carriera “Città di Sanremo“, sale sul palco, canta ancora “Champagne” e riceve una standing ovation che è, di fatto, un saluto collettivo.
C’è poi un capitolo a parte che lo porta a diventare parte di una storia europea.
Partecipa infatti all’Eurovision Song Contest del 1991, quando l’Italia ospita la manifestazione a Roma dopo la vittoria di Toto Cutugno l’anno precedente.
La Rai sceglie proprio Peppino per rappresentare il paese con “Comme è ddoce ‘o mare“, scritta da Marcello Marocchi su testo di Giampiero Artegiani e diretta dall’orchestra di Bruno Canfora.
È un valzer mediterraneo cantato interamente in napoletano, scelta che segna una doppia prima volta assoluta nella storia della partecipazione italiana, perché mai prima l’Italia aveva presentato un brano non in italiano, e mai un paese ospitante aveva gareggiato con una lingua minoritaria invece che con la propria lingua ufficiale.
Il testo intreccia mare, sole, luna e stelle nella dichiarazione d’amore di chi canta, aprendosi con un verso che riassume bene la sua poetica: solo chi non si innamora mai non ha il cuore per cantare.
Il brano chiude al settimo posto, un piazzamento che all’epoca deluse i più nazionalisti, ma che la critica ha poi riletto come prova di coraggio, capace di far superare al napoletano la barriera linguistica grazie alla forza della melodia e dell’interpretazione, elegantissima in smoking.
Il resto della carriera è un susseguirsi instancabile di concerti e incisioni: un live al Royal Albert Hall di Londra nel gennaio 1987, le collaborazioni con James Senese e Franco Del Prete, oltre cinquecento brani incisi nel corso degli anni.
Negli studi della sua Splash a Napoli, un giovanissimo e ancora sconosciuto Pino Daniele gli fa ascoltare diversi provini, tra cui “Napule è“.
Sbalordito dal talento di Pino, Peppino gli chiede se per caso ci sia un brano che non vuole cantare lui stesso, e Pino Daniele gli propone “Dimane“, che Peppino incide con entusiasmo nel suo album del 1979.
Ci sono poi gli aneddoti che raccontano una storia più grande, come la sera in cui, chiamato a suonare su uno yacht tra Capri e Montecarlo, intona “Voce ‘e notte” per Aristotele Onassis e riceve da una commossa Jacqueline Kennedy un braccialetto che terrà per anni nel taschino della giacca durante i concerti, oppure la valigia piena dell’incasso di una settimana di serate portata a Torino per farsi perdonare da Roberta dopo una lite, prima delle nozze del 1961.
Tifosissimo del Napoli e amico di Aurelio De Laurentiis, rifiutò sempre di scrivere inni ufficiali per la squadra, convinto che il calcio fosse cosa troppo seria per mischiarla al lavoro.
La vita privata, mai esibita, entra però nelle sue canzoni, come Roberta, prima moglie che sposa nel 1961 e da cui si separa nel 1970 a cui dedica uno dei suoi brani più riconoscibili.
Nel 1978 sposa Giuliana Gagliardi, studentessa di biologia caprese.
Da questa unione, solida e duratura, nascono Edoardo, oggi musicista alla guida dei Capri Rockers, e Dario, diventato attore.
La morte di Giuliana, nel luglio 2019, resta il lutto più difficile della sua vita, e da quel momento le sue condizioni di salute iniziano lentamente a peggiorare.
Nonostante tutto non aveva mai smesso di cercare il pubblico.
Infatti l’ultima apparizione pubblica è di circa un anno fa, quando è sul palco con il figlio Edoardo e i Capri Rockers a cantare “Champagne” e “Il sognatore” fra standing ovation e applausi commossi, mentre più di recente si era mostrato ancora alla festa per i novant’anni della sorella Margherita, lo scorso maggio.
Peppino di Capri non ha mai avuto bisogno di alzare la voce per imporsi.
Non possedeva la teatralità di Modugno, non era persuaso dal tormento dei cantautori né aveva l’esuberanza degli urlatori.
La sua cifra era la naturalezza, quella di chi si siede al pianoforte e racconta una storia a una sola persona anche quando davanti ha migliaia di spettatori.
Amava definirsi con una frase semplicissima, “sono un pianista che canta“, dietro cui si nascondeva la consapevolezza di un mestiere costruito sulla disciplina dello strumento, imposta fin da bambino da un padre che non transigeva: se sbagli un accordo, ti butto giù dal letto, gli diceva.
Ci lascia un repertorio che ha attraversato il rock’n’roll, il twist, la canzone napoletana, il pop sanremese e persino l’Eurovision, restando sempre fedele alla convinzione che il mare, l’amore, il sole e le stelle siano ancora parole degne di essere cantate, purché lo si faccia con sincerità.
Capri oggi è più silenziosa, ma basta mettere un disco e aprire una finestra sul mare perché quella voce torni a ricordarci che, a volte, un grande amore e niente più può davvero bastare a riempire una vita.
