
Interprete: Charlotte Nilsson
Autori: Lars Diedricson, Gert Lengstrand, Marcos Ubeda (Testo e musica)
Città/paese organizzatore: Gerusalemme (Israele) – 1999
Paese vincitore: Svezia
Top 5
1. Svezia – Charlotte Nilsson – Take Me to Your Heaven – 163 punti
2. Islanda – Selma – All Out of Luck – 146 punti
3. Germania – Sürpriz – Reise nach Jerusalem – 140 punti
4. Croazia – Doris Dragović – Marija Magdalena – 118 punti
5. Israele – Eden – Yom Huledet – 93 punti
Nel 1999 l’Eurovision stava cambiando pelle.
È ufficialmente stata abolita l’orchestra, è decaduto l’obbligo linguistico, e il concorso diventava sempre più televisivo e sempre meno legato alle sue tradizioni più rigide.
In mezzo a questa trasformazione, la Svezia arrivò a Gerusalemme con un brano che sembrava uscito da un’altra epoca per il sound, ma allo stesso tempo eea perfettamente calibrato per quella nuova fase.
Un pezzo luminoso, immediato, con quell’aria da “pop svedese classico” che richiamava inevitabilmente gli ABBA, ma con una produzione lucida e radiofonica che lasciava intravedere il 1999 e il futuro.
Charlotte Nilsson aveva passato l’adolescenza e la prima giovinezza tra orchestre da ballo, tournée regionali e dischi d’oro con i Wizex. Una formazione che le aveva dato una solidità vocale e scenica molto diversa da quella delle popstar costruite a tavolino.
Quando Lars “Dille” Diedricson le propose Tusen och en natt (titolo della versione svedese del brano), lei non ne fu affatto convinta.
La melodia cantata al telefono, con qualche “baby, baby, yeah, yeah” buttato qua e là, le sembrò quasi imbarazzante. Eppure, in studio, il pezzo iniziò a trasformarsi.
La struttura era semplice ma efficace, il ritornello si incollava alla memoria e la sua voce, così pulita e sicura, gli dava un’autorevolezza che forse nemmeno gli autori avevano previsto.
Il Melodifestivalen del 1999 fu il primo banco di prova.
Tusen och en natt vinse con 217 punti e si piazzò subito al primo posto della Svensktoppen, dove rimase per otto settimane consecutive. Intanto l’EBU aveva appena abolito l’obbligo linguistico, e la Svezia colse l’occasione al volo.
Marcos Ubeda riscrisse il testo in inglese, trasformando una storia da Mille e una notte in un invito romantico e sensuale, più universale e più adatto al televoto europeo.
La versione inglese, prodotta da Mikael Wendt, mantenne la stessa struttura ma la rese più brillante, più internazionale, più “Eurovision che verrà” che “Eurovision che è stato”.
A Gerusalemme, Charlotte arrivò senza l’aura della superfavorita. Durante le prove molti pensavano che Islanda o Malta avessero brani più contemporanei.
Poi arrivò la prova generale televisiva, e lì cambiò tutto.
Charlotte bucava lo schermo, aveva un sorriso spontaneo, un modo di muoversi naturale, quasi disarmante.
E quel look contribuì a fissare l’immagine di una performance pulita, luminosa, rassicurante in un’edizione segnata da tensioni politiche, misure di sicurezza e perfino polemiche interne a Israele.
La gara fu più combattuta di quanto si ricordi. L’Islanda di Selma rimase incollata alla Svezia fino agli ultimi voti, e fu la giuria bosniaca, con un dodici punti decisivo, a spostare l’ago della bilancia. Alla fine Take Me to Your Heaven chiuse con 163 punti, regalando alla Svezia la sua quarta vittoria dopo ABBA, Herreys e Carola.
E regalando ai fan uno dei momenti più iconici della storia del contest: Dana International che inciampa mentre consegna il trofeo, trasformando un attimo di imbarazzo in una scena da varietà europeo.
Attorno a quella performance ruotano mille curiosità.
Tra i coristi c’era Anna Sahlene, che tre anni dopo sarebbe tornata all’Eurovision come protagonista per l’Estonia. Charlotte, nel frattempo, era anche attrice in una soap svedese, Vita lögner, e dopo la vittoria iniziò un tour che la portò in Europa e Medio Oriente.
Il singolo funzionò bene anche nelle classifiche e la versione svedese continuò a vivere una vita parallela, amatissima in patria e ancora oggi preferita da molti fan scandinavi.
Negli anni, Take Me to Your Heaven ha continuato a risuonare. Charlotte è tornata all’Eurovision nel 2008 con Hero, ha riproposto il brano nel 2024 a Malmö e continua a cantarlo nei Pride e negli eventi eurofan, dove viene trattato come un piccolo classico. Nel frattempo, la canzone ha generato cover improbabili, reinterpretazioni folk-shanty e un culto social fatto di meme, outfit iconici e nostalgia per un Eurovision che stava cambiando ma non aveva ancora perso la sua anima melodica.
A distanza di oltre venticinque anni, resta un brano di confine: l’ultimo sorriso del vecchio Eurovision e il primo passo del nuovo.
Una canzone che Charlotte inizialmente definì “una canzone di merda”, e che invece ha finito per diventare uno dei simboli più amati dello schlager europeo.
E la fotografia perfetta di una ragazza cresciuta nei dansband che, per tre minuti, trasformò Gerusalemme nel suo paradiso personale.
