Tattoo

Tattoo

Interprete: Loreen
Autori: Thomas G:son, Peter Boström, Jimmy Jansson, Jimmy “Joker” Thörnfeldt, Moa “Cazzi Opeia” Carlebecker e Loreen Talhaoui (musica e testo)

Città/paese organizzatore:  Liverpool (Regno Unito) – 2023
Paese vincitore: Svezia

Top 5

  1.  Svezia –Loreen  – Tattoo583 punti
  2.  Finlandia – Käärijä – Cha Cha Cha526 punti
  3.  Israel – Noa Kirel – Unicorn362 punti
  4. Italia –  Marco Mengoni – Due vite350 punti
  5. Norvegia – Alessandra – Queen of Kings – 268 punti


Loreen ha trasformato un ritorno (che non doveva nemmeno esserci) in un’esperienza emotiva che ha travolto pubblico, giurie e perfino chi, inizialmente, non voleva vederla in gara.

Una sera qualunque intorno alle 22, nella casella di posta di Loreen arriva una demo ancora informe.
Dopo il play per lei è stato “amore al primo ascolto”, ma non tanto da convincersi a farla sua.
Ci vogliono quattro settimane intere per capire se quel brano potesse davvero appartenerle, se avesse qualcosa da aggiungere a una canzone che non aveva contribuito a scrivere nella sua fase embrionale.

Torna al Melodifestivalen, nonostante avesse promesso a se stessa di non farlo più dopo la delusione di Statements nel 2017.
Dietro Tattoo c’è una squadra di autori che sembra uscita da un manuale di pop scandinavo: Thomas G:son e Peter Boström, già artefici di Euphoria, Jimmy Jansson, Jimmy “Joker” Thörnfeldt, Moa “Cazzi Opeia” Carlebecker e, in un secondo momento, la stessa Loreen.
È un collettivo che conosce alla perfezione le dinamiche del Melodifestivalen e dell’Eurovision.
Il brano passa attraverso revisioni e riscritture perché Loreen vuole che il climax vocale sia una ferita luminosa, un punto di rottura emotiva.
Il cuore della canzone è una metafora semplice e per questo potentissima.
Un amore che resta inciso come un tatuaggio, che sopravvive alla distanza, al dolore, alle tempeste.
Loreen insiste spesso su un concetto caro all’esistenzialismo romantico: non esiste luce senza ombra, né amore senza sofferenza.
È questa tensione tra vulnerabilità e forza a rendere Tattoo così universale, capace di parlare a chi vive un addio, a chi aspetta un ritorno, a chi cerca un modo per resistere.

Il brano cresce come un’onda.
Dopo un inizio raccolto, quasi claustrofobico, che lei definisce “una piccola stanza mistica”, ci ritroviamo nel mezzo di un’esplosione di archi, sintetizzatori e voce che sembra aprire un varco nel buio.

Al Melodifestivalen, Loreen si ritrova schiacciata tra due pannelli enormi che evocano una pressa industriale, una caverna, una tomba, un luogo di rinascita.

Durante una delle esibizioni, un attivista ambientalista invade il palco, costringendola a ricominciare.
Lei non perde la concentrazione e quell’imprevisto diventa parte del racconto.

Portare quella scenografia a Liverpool è un’impresa tecnica.
I pannelli originali pesano quasi due tonnellate ciascuno e non possono essere replicati integralmente.
Deve essere alleggerito tutto, bisogna ripensare i movimenti, lavorare sui primi piani per mantenere intatto l’effetto claustrofobico.
La sabbia sul pannello inferiore è vera, scelta come omaggio alle radici berbere dell’artista.
L’estetica richiama il deserto come spazio mentale e spirituale.

Le unghie lunghissime, diventate meme, sono studiate nei minimi dettagli dalla nail artist Danielle Lundgren.
Il costume di Fadi el Khoury, in jersey e pelle color sabbia, completa un universo visivo che sembra più un film che una performance di tre minuti.

Sul piano personale, Loreen porta con sé rituali che pochi conoscono.
Un canto tradizionale marocchino ascoltato per venti minuti prima di ogni prova, meditazioni con la salvia, un modo per ricaricare quell’energia “carica” che poi esplode sul palco.
È un approccio quasi sciamanico, che si riflette nei movimenti delle mani, alcuni dei quali nati per caso durante le prove e rimasti perché evocavano un linguaggio corporeo antico.

La gara, intanto, si trasforma in un duello epico con Cha Cha Cha di Käärijä.
Le giurie premiano Loreen con un margine enorme, il televoto incorona il finlandese.
Il risultato finale scatena discussioni, petizioni, polemiche sul peso delle giurie.

Ma la storia è scritta e Loreen diventa la prima donna a vincere due volte l’Eurovision, la seconda artista in assoluto dopo Johnny Logan, e porta la Svezia a eguagliare il record dell’Irlanda con sette vittorie.

Il giorno dopo la finale, Tattoo frantuma ogni record su Spotify.
Oltre quattro milioni di ascolti in ventiquattr’ore, il miglior risultato mai ottenuto da un brano eurovisivo e da un’artista svedese femminile. Entra al numero uno in nove Paesi, resta due settimane nella top 5 britannica, un traguardo che mancava da ventisette anni, e continua a scalare classifiche in tutta Europa.

Le accuse di plagio, come sempre, arrivano puntuali.
Le accuse parlano di somiglianze con gli ABBA, con Mika Newton, con Mauro Picotto, con i Pont Aeri.
Ma nessuna porta a conseguenze formali.

Intorno alla canzone si accumulano anche curiosità più bizzarre, come la performance registrata per il giubileo del re di Svezia e scambiata per un set di Germany’s Next Top Model o la linea melodica iniziale che condivide cinque note con The Winner Takes It All.
Tutto contribuisce a costruire un mito che cresce di settimana in settimana.
A distanza di tempo, Tattoo è diventata un tassello fondamentale dell’identità artistica di Loreen, la prova che si può tornare su un palco che ti ha consacrato senza replicare se stessi.
È un marchio indelebile, un segno inciso sulla pelle dell’Eurovision e nella memoria collettiva.
Un tatuaggio, appunto, che non si cancella.

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