
Alicja Maria Szemplińska forse arriva a Vienna nel 2026 come se stesse chiudendo un cerchio rimasto aperto troppo a lungo.
Ha ventitré anni, viene da Ciechanów, una cittadina tranquilla a nord di Varsavia, e porta con sé una storia che sembra scritta per essere raccontata proprio su un palco enorme come quello dell’Eurovision.
Una promessa congelata dalla pandemia, una delusione che poteva spezzare tutto, e invece è diventata il carburante per una crescita lenta, ostinata, profondamente personale.
La sua voce nasce lontano dai riflettori, tra il coro della chiesa e le lezioni al centro culturale locale.
È una bambina timida, una di quelle che parlano poco ma cantano tanto, e la madre la iscrive alle lezioni di canto più per aiutarla a sciogliersi che per farne un’artista.
A dodici anni però è già chiaro che quella voce ha qualcosa di speciale, grazie al suo timbro grande, adulto, che sembra arrivare da un corpo più maturo del suo.
A quattordici anni vince Hit, Hit, Hurra! e il premio è quasi surreale per una ragazzina di provincia.
E arrivano le lezioni con Seth Riggs, il vocal coach di Michael Jackson, Stevie Wonder, Whitney Houston. È un’esperienza che le cambia la tecnica e, soprattutto, la percezione di sé.
Il salto vero arriva nel 2019, quando conquista The Voice of Poland nella squadra di Tomson & Baron.
È una vittoria pulita, netta, che la porta dritta a un contratto con Universal Music Polska e al debutto con Prawie my, un singolo che supera il milione di visualizzazioni in dieci giorni e la certificazione oro. In Polonia diventa subito “la voce nuova”, quella che unisce pop, soul e R&B senza sembrare costruita a tavolino.
Poi arriva il 2020, l’anno che doveva consacrarla. Vince Szansa na sukces con Empires, un brano drammatico e potente che parla di imperi che crollano e di umanità che si perde.
Ha tutte le carte in regola per Rotterdam, ma il 18 marzo l’EBU cancella tutto. L’Eurovision non si farà. E quando l’anno dopo TVP sceglie un altro artista al suo posto, la ferita si apre davvero.
Non è una questione di ego, ma la sensazione di essere stata strappata via dal proprio destino.
Alicja però non si lascia inghiottire da quel vuoto.
Continua a studiare, a scrivere, a cercare un linguaggio che sia suo. Collabora con rapper come Hodak, con produttori come Chloe Martini, incide brani per Walt Disney Records, diventa conduttrice radiofonica con 21 grams of soul su newonce.radio, presta la voce all’inno dei Mondiali di pallamano 2023.
Cambia etichetta per trovare un posto in cui sentirsi libera. Nel 2023 torna alle selezioni eurovisive con New Home, un pezzo che parla di identità e rinascita, e arriva solo sesta. Ma è proprio lì che inizia a firmare quasi tutto ciò che canta.
Il 2024 è l’anno della maturità e pubblica Nie wracam, un album che racconta la fine dell’adolescenza televisiva e l’inizio di un percorso più adulto, più consapevole. È un disco che parla di confini, di relazioni finite, di fiducia ritrovata. E da quel periodo nasce Pray.
Pray è una preghiera laica, una dichiarazione di forza, un “non mollo” detto con la voce di chi ha visto il proprio sogno sfumare una volta e non ha intenzione di lasciarlo andare di nuovo. L’ha scritta insieme a Weronika Gabryelczyk e Sinclair Alan Malcolm, spesso registrando bozze vocali sul telefono nel cuore della notte, quando “la voce è più sincera”. È un brano che mescola soul, R&B, gospel e un accenno di rap, lontano anni luce dalla ballata orchestrale di Empires. È la prova che non è più la ragazza che cantava con gli occhi spalancati ma ormai è una donna che ha imparato a scegliere.
Il 7 marzo 2026, nella finale delle qualificazioni polacche, il pubblico le assegna il 32,01% dei voti. Una vittoria schiacciante, limpida, che TVP annuncia la mattina dopo in diretta.
È la Polonia che dice “questa volta tocca a te”.
Da quel momento i social esplodono.
C’è chi la chiama “Polish Beyoncé”, chi “Alicja Keys”, chi scrive che Pray è la proposta più moderna mai mandata dalla Polonia.
C’è anche chi discute l’uso dell’inglese, ma la discussione dura poco e la storia che porta con sé è più forte di qualsiasi polemica.
A Vienna non arriva come una debuttante, ma come un’artista che ha attraversato sei anni di attesa, due selezioni vinte, un album, collaborazioni, cambi di etichetta, un programma radiofonico, un inno sportivo e una pandemia mondiale. Porta una voce che ha imparato a non farsi schiacciare dalle aspettative, un repertorio scritto da lei e una storia che il pubblico europeo non ha dimenticato.
La Polonia, che in trent’anni ha centrato la top ten solo tre volte, spera in un risultato importante.
Ma al di là della classifica, c’è la sensazione diffusa che questa sia la volta giusta, non perché il destino glielo dovesse, ma perché lei ha fatto tutto il possibile per meritarselo.
Alicja a Vienna vuole dimostrare che una voce può crescere anche nell’ombra, che un’occasione mancata può diventare un motore, e che a volte la seconda possibilità non è un regalo ma la versione più vera della prima.
