Armenia – Simón – Paloma Rumba

Simón sembra nato in più posti contemporaneamente: Yerevan, Hrazdan, Marsiglia, i corridoi di un conservatorio, i club underground e addirittura gli uffici dove si consumano le giornate a colpi di riunioni inutili.
Cresciuto tra i dischi di jazz armeno del nonno, le cassette di Shakira della sorella e un’adorazione infantile per Michael Jackson, ha iniziato a cantare prima ancora di capire cosa fosse un palco. A quattordici anni caricava su YouTube cover dei System of a Down riarrangiate al pianoforte, e una di quelle (“Toxicity” trasformata in bossa nova) gli ha aperto la porta del talent Depi Evratesil Junior, che ha vinto come autore, non come interprete.
Da lì è iniziato un decennio dietro le quinte tra jingle pubblicitari, brani per altri artisti e sperimentazioni scartate perché “troppo strane”, come la sua “Moonstone” del 2021.

Nel frattempo, per vivere, lavorava in ufficio.
Otto ore al giorno in cuffia come traduttore simultaneo durante il lockdown, ripetendo numeri e report fino allo sfinimento.
Simón ha danzato nei club più noti di Yerevan, si è esibito in segreto nei locali underground sotto pseudonimo per non farsi scoprire dai professori del conservatorio, ha vissuto tra discipline opposte: rigore accademico e improvvisazione viscerale, canto corale e street dance, pop elettronico e melodie caucasiche.
È sposato con Anush Avagyan, che è anche la sua produttrice, e ha due gemelli. Una vita privata stabile, quasi in contrasto con l’urgenza ribelle che attraversa la sua musica.

Quando nel 2025 ha partecipato a Depi Evratesil con Ay Paparey Bye, ha conquistato le giurie e l’attenzione dell’emittente armena, che l’anno dopo ha deciso di puntare su di lui.

Una premessa indispensabile perché è qui che nasce la miccia di Paloma Rumba, da un artista che ha già vissuto abbastanza vite da sapere cosa vuole dire davvero “fuga”.

La frase “This meeting could have been an email” l’ha scritta dopo l’ennesima call infinita, e “Free coffee won’t keep me here man” era ciò che diceva davvero ai colleghi prima di licenziarsi nel 2024.
La prima demo del brano l’ha registrata di nascosto nella sala break, usando una tazza come percussione e quel suono è rimasto nella versione finale, come una piccola cicatrice sonora.

Il titolo è un cortocircuito: la paloma, la colomba, simbolo di libertà e di volo; la rumba, danza afrocubana che libera il corpo.
Insieme diventano una colomba che scappa, danza per sopravvivere, si scrolla di dosso la polvere dell’ufficio.
Il testo è un manifesto generazionale travestito da festa. “Same old place, familiar faces / Copy paste my days” è la fotografia di una vita standardizzata, mentre “put on a smile and go on” è la maschera che ci si mette ogni mattina.
La catena “wage / rage / cage / badge” è una gabbia che si stringe. “I’m not a robot, just playing the part / And I’m losing my heart, I’m falling apart” è la confessione più nuda, quella che arriva quando non si riesce più a fingere.

E poi c’è il gesto radicale.
Delete my number, burn the phone”.
È un rito di purificazione, un taglio netto con la reperibilità continua, con la vita che ti chiede di essere sempre connesso, sempre disponibile, sempre produttivo.
Il ritornello esplode come un carnevale improvviso: “
Paloma Rumba, let’s go”, seguito da quel “You ole-ole-ole-ole-fa” che sembra un coro da stadio, un richiamo tribale, un invito collettivo a ballare via dalla gabbia.

Il brano è un ibrido che sfugge alle etichette.
Simón lo chiama “office-breaker pop”, musica per chi vuole dimettersi.
La struttura si svuota, si spezza, si ricostruisce, fino al coro finale che sembra fatto apposta per un’arena.

Il tema del burnout è trattato con ironia feroce.
La danza è resistenza.
La paloma è fuga.
La rumba è sopravvivenza.

È un brano che parla a chiunque abbia mai pensato “basta”, a chi ha sognato di strappare il badge e uscire dall’ufficio senza voltarsi.

Nel percorso eurovisivo dell’Armenia, Paloma Rumba è una discontinuità evidente.
È più vicino alla vitalità o alla freschezza pop-dance scandinava, ma con un’ironia tutta sua.
È un brano profondamente internazionale, ma con un cuore armeno che pulsa sotto la superficie.

I risultati dipenderanno dalla performance, dalla coreografia, dalla capacità di trasformare “This meeting could have been an email” in un momento iconico.
Un inno danzante sulla fuga dall’ufficio potrebbe diventare la voce di un’Europa stanca, compressa, pronta a cliccare “delete” e ricominciare.

In fondo, Simón porta un’esperienza condivisa, un grido ritmato, un volo necessario. Porta la storia di chi ha trasformato la frustrazione e la routine in movimento, la stanchezza in un passo di rumba.
E quando il 14 maggio la colomba inizierà a danzare, sarà difficile non seguirla.

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