
“Andromeda” arriva sul palco come un’eredità, un grido che attraversa generazioni e che le Lelek trasformano in un canto di memoria, resistenza e fuga verso il cosmo.
La Croazia ha scelto deliberatamente la strada più rischiosa, senza compromessi. Solo cinque voci femminili che affondano le mani nella storia e la riportano in superficie con una sincerità quasi brutale.
L’apertura del brano è già un colpo allo stomaco.
“Dok pališ svijeću pitaj svoju baku / Zašto je kćeri rađala u strahu”.
Una candela accesa, una nonna interrogata, un passato che non smette di pulsare.
È un gesto minuscolo che diventa un dialogo tra donne che hanno partorito nella paura, madri che non hanno generato schiavi, figlie che rifiutano di essere suddite.
Il testo non nomina mai la guerra, ma la evoca in ogni immagine, come se il trauma fosse un fiume sotterraneo che continua a filtrare attraverso le crepe della lingua.
Il ritornello sposta tutto su piano, quasi cosmico.
La terra diventa regina, “Kraljice zemljo”, una madre che custodisce l’anima mentre il corpo resta esposto agli altri, a “loro”, un pronome volutamente ambiguo che può indicare oppressori, invasori, padri padroni, poteri che cambiano volto ma non logica.
Da qui nasce il desiderio di fuga, “Vodi me do zvijezda / Porušenih gnijezda”, e le stelle come rifugio, i nidi distrutti come memoria che non si può cancellare.
Andromeda è galassia e mito insieme.
È la principessa incatenata, sacrificata per colpe non sue, ma anche la costellazione che indica una via d’uscita, un altrove dove il dolore può respirare.
Dentro il brano scorre anche la storia, poco conosciuta fuori dai Balcani, del sicanje, i tatuaggi rituali delle donne cattoliche di Bosnia ed Erzegovina, incisioni di croci e simboli antichi che servivano a proteggere i bambini dai rapimenti e dalle conversioni forzate.
Le Lelek li riportano sul volto e sulle mani, trasformando il corpo in archivio vivente.
È un gesto che ha acceso dibattiti, soprattutto in Turchia, dove alcuni hanno letto un sottotesto politico.
Ma per il gruppo è un omaggio alla forza femminile, un modo per dire che l’identità non si cancella, nemmeno quando tutto intorno tenta di riscrivere la storia “ispočetka”.
“Andromeda” parte da un drone scuro, da strumenti tradizionali come la lijerica o la gusle, e poi si apre in un etno-pop cinematografico che tradizione e modernità a un uso della voce che sembra arrivare da un rito antico.
Le cinque interpreti costruiscono un coro, una voce collettiva che si muove come una processione funebre, cresce, si svuota, si ricompone.
Il momento degli “Izdajice”, ripetuto come un esorcismo, è uno dei più intensi. È un’accusa che non ha destinatari precisi perché riguarda chiunque tradisca la vita umana per il potere.
Il brano è pieno di dettagli che lo rendono ancora più denso.
La traccia vocale del ritornello è stata registrata alle 4:27 del mattino, “perché è l’ora in cui ti svegliano le grida dalla culla” . La lijerica usata in studio è del 1912, sopravvissuta a due guerre.
Il battito che attraversa tutto il brano è stato campionato da un telaio antico, simbolo del lavoro femminile.
Anche il titolo stesso, oltre al mito e alla galassia, era un nome in codice usato durante l’assedio di Dubrovnik per indicare civili in fuga verso le alture.
A Vienna, “Andromeda” rappresenta una rottura totale rispetto alla Croazia recente. Dopo l’ironia dei Let 3 e l’energia di Baby Lasagna, qui si torna a un’identità cruda, rituale, quasi sacrale.
È un brano che le giurie potrebbero adorare e che il televoto potrebbe trovare ostico, ma che ha un potenziale enorme se la performance dal vivo riuscirà a trasformare quei tre minuti in un momento sospeso.
Le previsioni oscillano, ma la qualificazione non sembra in discussione.
È uno di quei brani che dividono, ma che non passano mai inosservati.
E se l’Eurovision è davvero un luogo dove le identità si raccontano, “Andromeda” è una delle narrazioni più potenti che la Croazia abbia mai portato sul palco, un viaggio che parte dalla terra e arriva alle stelle, un canto che chiede solo di essere attraversato.
