Danimarca – Søren Torpegaard Lund – Før vi går hjem

Før vi går hjem incarna un pezzo di notte ancora caldo, ancora fumante, ancora pericoloso.
E Søren Torpegaard Lund, che di quella notte è la voce, il corpo e l’ossessione, non arriva certo impreparato.
A 17 anni era il più giovane studente ammesso alla Musicalakademiet di Fredericia, poi una carriera teatrale che lo ha portato alla Copenhagen Opera House come Tony in West Side Story, ruolo che gli è valso un Reumert Talent Prize.
Adesso porta un pezzo che definisce “un movimento unico, una notte che non si ferma mai”, e che descrive come “una caramella che è sia aspra che dolce”.

La performance alla finale nazionale ha lasciato il segno. Una scatola traslucida in cui i ballerini sono intrappolati, lui che canta dall’alto, luci al neon che trasformano il palco in un club senza uscita. Una messa in scena che ha colpito e che lui stesso ha voluto fisica, intensa, senza pause, perché la canzone non ne ha. È costruita come un unico flusso, un’onda che non si interrompe mai.

Il testo è rimasto in danese, nonostante fosse pronta una versione inglese. La discussione pubblica in Danimarca è stata accesa, ma alla fine DR ha scelto di non toccare nulla. Søren ha spiegato che più lavorava al brano, più capiva che “stava più forte lì dove era cominciata”, nella sua lingua. E il pubblico nazionale ha approvato: un sondaggio parlava di un 80% favorevole.

Il cuore del pezzo è un conflitto che non vuole essere risolto. Si apre con un corpo che parla prima della mente: «Min krop den skriger / Kan du høre den?». Lui sa che dovrebbe dire no, «Jeg burde sig’ nej / Sagd’ det var sidste gang», ma la resa arriva comunque: «Men du har mig». L’altro è “så syrlig”, acidulo, qualcosa che “si scioglie sulla lingua” e brucia mentre attrae.
È un desiderio che non salva, che non consola, ma che divora.
Il ritornello è un patto suicida e bellissimo.
«Vi la’r natten stå i flammer og glemmer os selv / Holder om hinanden til vi brænder ihjel». La notte in fiamme, l’abbraccio che brucia fino alla morte, il rimpianto già previsto e già accettato: «Glemmer at vi vågner og fortryder igen».
È un ciclo, un loop emotivo che la canzone stessa riproduce con le sue ripetizioni mantriche, soprattutto quel «Før vi går, før vi går hjem» che sembra voler fermare il tempo.

Le immagini sono tutte notturne, urbane, quasi cinematografiche. Il gesto del «Kys mig tag mit hjerte knus det igen» è una richiesta di dolore familiare, quasi necessario. Il cuore sa cosa vuole, anche quando è irrazionale, anche quando fa male.

Il brano si trova in una zona di confine tra electropop, house scandinava e ballata elettronica notturna.
La voce di Søren passa dai sussurri al falsetto con naturalezza, mantenendo sempre quella “grana” che rende credibile il tormento.
Nella versione originale c’era la parola “fucking”, poi sostituita con “freaking” per le regole EBU.

Dopo anni di risultati altalenanti, la Danimarca torna a rischiare con un brano adulto, sensuale, autodistruttivo, lontano dalle formule più sicure.

Le previsioni sono buone.
Il rischio, come sempre con i brani atmosferici, è che le sfumature si perdano in un’arena enorme. Ma è proprio qui che la formazione teatrale di Søren potrebbe fare la differenza.

In fondo, Før vi går hjem è un invito a restare un minuto in più dentro l’incendio, sapendo che domani farà male.
È una notte che non vuole finire, un luogo sospeso dove ci si brucia insieme e ci si dimentica di tutto il resto.
E forse è proprio questo che la Danimarca vuole portare a Vienna.

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