
Interprete: Loreen
Autori: Peter Broström, Thomas G:son (Testo e musica)
Città/paese organizzatore: Baku (Azerbaigian) – 2012
Paese vincitore: Svezia
Top 5
1. Svezia – Loreen – Euphoria – 372 punti
2. Russia – Buranovskiye Babushki – Party for Everybody – 259 punti
3. Serbia – Željko Joksimović – Nije ljubav stvar – 214 punti
4. Azerbaigian – Sabina Babayeva – When the Music Dies – 150 punti5. Albania – Rona Nishliu – Suus –146 punti
5. Albania – Rona Nishliu – Suus – 146 punti
Il Baku Crystal Hall era immerso in un buio quasi teatrale, e quando la sirena iniziale squarciò il silenzio sembrò che l’Eurovision stesse cambiando pelle in diretta.
Loreen apparve sul palco scalza, spinta da un vento che in realtà non esisteva, con la frangia quasi a coprirle gli occhi e il corpo che si muoveva come se stesse canalizzando qualcosa di più grande di lei e dell’evento stesso.
In effetti quei tre minuti furono sufficienti per trasformare un palco televisivo in un rito collettivo, un’esperienza che ancora oggi vibra come fece la prima volta.
La storia del brano, però, era cominciata molto prima, in uno studio svedese dove Thomas G:son e Peter Boström avevano scritto una demo grezza che avevano intitolato “Up“, un titolo provvisorio con versi non ancora scritti, temporaneamente sostituiti da monosillabi.
Nessuno immaginava che quella bozza sarebbe diventata un manifesto pop né tanto meno che avrebbe fatto la storia.
Quando Loreen ascoltò il pezzo, chiese di abbassarlo di un tono “per far entrare più aria”, e da lì prese forma quella progressione eterea che avrebbe ridefinito l’Electronic Dance all’Eurovision.
La sirena iniziale, oggi iconica, rischiò di sparire perché il produttore voleva eliminarla, ma Loreen si impose dicendo che senza non avrebbe cantato.
La sirena rimase, la versione come voluta da chi l’avrebbe dovuta cantare fu registrata, e il giorno dopo lui a richiamarla in lacrime, sconvolto dalla potenza della performance.
Il Melodifestivalen fu il primo terremoto.
La prima prova fuori dagli studi di registrazione.
Loreen vinse con un plebiscito mai visto, oltre 670mila voti, e un entusiasmo che travolse tutti e sembrava già annunciare il destino del brano.
E pensare che inizialmente Euphoria non era stata scritta per lei.
Prima che fosse portata sulla sua scrivania, era stata offerta a Danny Saucedo, che la rifiutò.
Ma quando la cantante entrò in studio, portò con sé una visione precisa, quasi cinematografica, ispirata a Terminator, alle arti marziali, a un’idea di equilibrio tra yin e yang che avrebbe guidato tutta la messa in scena.
A Baku, la performance prese la forma definitiva.
Niente colori accesi, niente ballerini a riempire la scena (solo Ausben Jordan che compariva giusto nel climax), niente trucco vistoso, niente scarpe.
Loreen voleva “sentire la terra”, muoversi come se stesse attraversando una tempesta interiore più che una coreografia.
La neve artificiale, che durante le prove le entrò in gola costringendola a tossire, divenne uno dei simboli più riconoscibili dell’intera storia del contest.
Il costume in seta dipinta a mano, la piattaforma costruita apposta per lei, le luci che non dovevano mai illuminarle completamente il volto.
Una performance iconica in cui ogni dettaglio era calibrato per far parlare il movimento, non la persona.
Dietro le quinte non mancò la tensione.
Ci fu il rischio che Jordan venisse sostituito per timori legati al voto dell’Europa orientale, ma Loreen intervenne personalmente per impedirlo.
E mentre la delegazione svedese manteneva un profilo bassissimo, lei fu l’unica artista a incontrare attivisti locali per i diritti umani, attirando l’attenzione internazionale e mostrando un impegno raro per un’artista in gara.
Il risultato fu un trionfo storico.
Ottenne per 18 volte i “douze points” e voti da 40 paesi.
L’unica eccezione fu l’Italia, che non le diede neanche un punto, un dettaglio che ancora oggi fa discutere.
Prima ancora della finale, Euphoria aveva già vinto due Marcel Bezençon Awards.
Ma la nota di colore più interessante è data dal fatto che, dopo la vittoria, fu stravolto il protocollo e la Guardia Reale svedese la suonò davanti al Palazzo Reale, un omaggio surreale a un brano nato per i dancefloor.
Il successo commerciale fu travolgente fin da subito. Raggiunse la vetta delle classifiche in sedici paesi, ma anche un terzo posto nel Regno Unito dove difficilmente i brani eurovisivi conquistano le chart.
Collezionò nove dischi di platino in Svezia, milioni di copie vendute e centinaia di milioni di stream.
In alcune classifiche europee rimase per oltre un anno e se guardiamo le top 200 di alcune piattaforme streaming la troviamo ancora.
Nei club, quando parte l’intro, il tempo continua a fermarsi come 14 anni fa.
Un brano così importante non può che essere circondato da aneddoti e curiosità.
A partire dalla durata della prima versione che fu ridotta dai 3’29” per rispettare il regolamento,
Non tutti sanno che il respiro iniziale è la voce di Loreen al contrario e rallentata o che il ventilatore, presente sulla scena, si ruppe due volte ma lei rifiutò un modello più potente.
Inoltre, la coreografia fu provata con le scarpe fino a tre giorni dalla semifinale, poi decise di toglierle perché il tappeto le ricordava la sabbia.
Loreen è figlia di immigrati berberi marocchini cresciuta a Västerås, quindi non portò sul palco semplicemente un brano pop, ma la sua identità.
Presentò Euphoria come “notte, luce di luna”, un pezzo oscuro e mistico, un’energia interiore che non voleva essere addomesticata.
E forse è proprio questa autenticità a spiegare perché la comunità LGBTQ+ lo adottò immediatamente come inno liberatorio.
Ma non solo la comunità queer.
I fan continuano a votarla da anni tenendola al primo posto della ESC 250, perché ancora oggi sembra un brano senza tempo, con le uniche eccezioni del 2022 e del 2023, senza mai uscire dal podio.
Undici anni dopo, con Tattoo, Loreen è tornata a vincere, diventando la prima donna a conquistare due Eurovision.
Ma tutto è cominciato lì, in quell’oscurità tagliata da una sirena che nessuno voleva e che invece ha cambiato tutto.
Euphoria rappresenta un punto di svolta, un’estetica, un modo nuovo di pensare la performance.
È il momento in cui l’Eurovision ha capito che poteva essere arte, e non solo spettacolo.
E tutto è si è svelato quel 26 maggio.
