Eva Marija

Eva Marija sta vivendo quel tipo di momento in cui una storia personale, un percorso artistico e un contesto più grande sembrano incastrarsi alla perfezione.
È nata a Lussemburgo il 24 dicembre 2005, ma le sue radici slovene sono sempre rimaste una parte viva della sua identità, quasi un secondo battito. I suoi genitori arrivarono nel Granducato nel 2003 per lavorare nelle istituzioni europee, portandosi dietro una cultura fatta di musica condivisa, tradizioni familiari e un senso di appartenenza che, paradossalmente, si è rafforzato proprio vivendo all’estero. Crescere tra due mondi, frequentare la Scuola Europea e muoversi in un ambiente multilingue l’ha portata a non dover scegliere da che parte stare perché lei sta da entrambe le parti, e questo si sente in tutto ciò che fa.

Il legame con la Slovenia non è un dettaglio folkloristico.
È la nipote dell’ex sindaco di Beltinci, un particolare che in patria ha creato un affetto immediato, soprattutto in un anno in cui la Slovenia non partecipa all’Eurovision. Per molti sloveni, sarà lei la voce simbolica del Paese, una sorta di rappresentante ombra che porta sul palco europeo una cultura che quest’anno non avrà spazio ufficiale. E questo ruolo, voluto o meno, le si è cucito addosso con naturalezza.

La musica entra nella sua vita con una scena che sembra scritta apposta.
Non ha ancora quattro anni quando assiste ad Alexander Rybak che vince l’Eurovision 2009 con Fairytale e resta folgorata dal violino.
Da lì non si ferma più.
Al Conservatoire de Luxembourg studia violino, canto, pianoforte e basso, passando dal jazz alla classica, dal pop al rock, con quella curiosità che non si lascia imbrigliare da un solo genere. Il jazz, in particolare, diventa per lei una finestra nuova, un modo per liberarsi dai rigidi schemi accademici e trovare una voce più morbida, più libera. Gli insegnanti la descrivevano come una spugna, capace di assorbire tutto e trasformarlo in qualcosa di suo.

A quattordici anni è già una presenza familiare nella scena culturale lussemburghese tra concerti, produzioni teatrali, festival, eventi benefici. E poi i piccoli locali, i caffè, le serate improvvisate, come quella volta in cui afferrò un violino appeso al muro e incantò tutti con un’esibizione diventata virale. Nel frattempo inizia a scrivere, e lì si capisce che non è solo una performer, mostrando una scrittura in evoluzione ma già riconoscibile, intima, mai costruita a tavolino.

La svolta arriva con un trasferimento a Londra per studiare songwriting all’Institute of Contemporary Music Performance e si ritrova immersa in una scena internazionale che la costringe a crescere, a misurarsi, a capire cosa vuole davvero dire.
Nei locali londinesi porta le sue canzoni davanti a un pubblico nuovo, e intanto affina una scrittura che diventa sempre più personale.
È lì che incontra il team che cambierà tutto: la svedese Maria Broberg, la danese Julie Aagaard e il produttore Thomas Stengaard. Si conoscono al Rocklab Camp, in un clima di creatività frenetica, e da quell’incontro nasce Mother Nature.

La canzone prende forma attorno all’idea dell’infanzia, della natura come luogo di libertà, di radici, di rinascita. È un brano che parla di ritrovare il proprio bambino interiore, di lasciar andare paure e colpe, di piantare semi anche quando sembra inutile. E poi c’è quella curiosità che spiega tutto, quando a due minuti dalla fine della sessione, Eva improvvisa un assolo di violino. Non era previsto, non era scritto, ma è talmente vero che finisce nella versione definitiva. Diventa il cuore emotivo del pezzo, il punto in cui la sua storia personale si intreccia con la canzone in modo irripetibile.

Il 24 gennaio 2026 vince il Luxembourg Song Contest, allineando giuria e pubblico, che apprezzano la sua esibizione a piedi nudi, che diventa un’immagine simbolica raccontando una ragazza che canta di radici con i piedi sulla terra. La serata è un turbine di emozioni, tanto che al momento della premiazione non riesce nemmeno a impugnare il trofeo e finisce per abbracciarlo, un’immagine diventata virale. Intanto, a Londra, i suoi compagni di corso esplodono in un video di gioia che fa il giro dei social.

Non mancano le polemiche quando qualcuno nota somiglianze con Keeping Your Head Up di Birdy, ma dopo verifiche ufficiali la canzone viene dichiarata conforme. La vicenda, invece di danneggiarla, amplifica la sua visibilità e rafforza la credibilità del progetto.

Ora Eva Marija si prepara a Vienna, dove si esibirà nella seconda semifinale. Le aspettative sono alte perché il Lussemburgo è tornato all’Eurovision dopo trent’anni e ha già centrato due finali consecutive; lei arriva come la più giovane, la più discussa, la più simbolica. È anche la prima volta che il Paese si presenta con un brano non in una delle lingue ufficiali, un dettaglio che racconta molto della sua generazione, fluida, internazionale, non più vincolata ai confini linguistici.

E mentre si avvicina il momento di salire sul palco, Eva Marija porta con sé tutto ciò che l’ha formata.
La famiglia che cantava insieme come un piccolo coro, i nonni che la seguono con orgoglio, la comunità slovena che vede in lei una voce mancata, i boschi dell’infanzia, le improvvisazioni nate dal nulla, le serate nei caffè, la Londra che l’ha costretta a crescere. Mother Nature è il punto in cui tutto questo converge, un ponte tra due mondi, un racconto di radici e trasformazioni.

Qualunque cosa accada a Vienna, la sensazione è che il suo percorso sia appena iniziato, e che quella scintilla nata davanti alla TV nel 2009 stia ancora bruciando, più forte che mai.

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