
Diciotto anni dopo rispetto alla loro vittoria allo Junior, Giorgi Shiolashvili, Mariam Tatulashvili e Mariam Kikuashvili, tornano con On Replay per chiudere un cerchio e aprirne un altro.
Il pezzo nasce dentro una rete creativa che in Georgia è quasi una famiglia allargata.
Lo firma Giga Kukhianidze, autore di tre delle quattro vittorie georgiane allo Junior Eurovision, e il testo è di Lizi Japaridze, Lizi Pop, che aveva studiato proprio al BzikebiStudio.
La pubblicazione l’11 marzo li ha resi gli ultimi a rilasciare la propria canzone per l’edizione di Vienna e, nel frattempo, sui social alimentavano il mistero con teaser criptici che non rivelavano nulla.
On Replay è un dance‑pop elettronico che gioca con la saturazione, con il caos controllato, con quella pulsazione che arriva dritta dai club di Tbilisi.
L’apertura è già un manifesto: “Dam-ba-da-dam-dam-bom-bam-pay”. Un esercizio vocale che il gruppo usava in prova e che è diventato la chiave d’accesso al brano.
Un richiamo alle radici dei Bzikebi, ma trasportato in un contesto elettronico contemporaneo, quasi industriale.
La sequenza di “La-la-la” del ritornello è stata registrata con microfoni diversi per simulare un piccolo coro, un omaggio discreto alla coralità georgiana.
Il testo è la parte più sorprendente.
Parte con un’immagine teatrale, quasi intima, “Lights on, stand by / Unmasked, you and I”.
È il momento in cui le luci si accendono e ci si mostra senza filtri.
Poi arriva la danza, “Step left, step right”, e quelle “neon lights, they ignite” che costruiscono un immaginario urbano, notturno.
Ma sotto la superficie c’è un discorso più profondo e “Don’t think / Let go” è un invito a liberarsi dal controllo, a lasciarsi attraversare dal presente.
Il cuore del brano è tutto in una frase.
“Can’t digitise our thunder / No code, no clone”.
È una dichiarazione di irriducibilità, un rifiuto dell’idea che l’esperienza umana possa essere replicata, clonata, compressa in un algoritmo.
Il replay, qui, non è la ripetizione meccanica, ma la volontà di rivivere ciò che è autentico.
Per questo il ritornello “Keep me on replay, okay” suona come un paradosso, un loop che rilancia.
Con “Take my hand, don’t disappear / This is real, this is clear” il brano si apre alla vulnerabilità, alla connessione vera.
E quando arriva “We don’t wait in line for miracles / We jump in, we tear the veil”, il pezzo diventa quasi un manifesto che rifiuta le attese passive, i filtri e i veli che comprono il nostro essere.
Solo presenza.
L’ultimo verso, “Yeah, yeah, we rise and fall and rise again”, chiude il cerchio mostrando il replay come resilienza, non come nostalgia.
Attorno al brano circolano anche curiosità affascinanti.
Ad esempio alcune analisi raccontano che la struttura ritmica sia stata costruita seguendo schemi matematici ispirati ai battiti d’ali degli insetti, un omaggio criptico al loro passato.
Ma anche che il “thunder” del testo derivi da registrazioni ambientali di un temporale sul Caucaso, poi distorte e integrate nella produzione.
Nel video ufficiale, diretto da Zaza Orashvili, le immagini giocano con un mix di sacro e club, di artificiale e umano, che amplifica il senso del brano.
La Georgia all’Eurovision ha una storia fatta di sperimentazioni tra ballad potenti e momenti di rottura, ma qui sceglie una strada più immediata senza perdere identità.
È un pezzo costruito per l’arena, per la telecamera, per il movimento.
La loro storia personale aggiunge un livello narrativo che il pubblico coglie al volo.
La semifinale dovrebbe essere alla loro portata, ma al di là dei numeri, la sensazione è che i Bzikebi abbiano già vinto la loro partita: riportare la Georgia al centro della conversazione eurovisiva e dimostrare che il loro “replay” non è un ritorno nostalgico, ma un nuovo inizio.
