
“Michelle” sembra nascere già con un mondo dentro e la sensazione è che si stia aprendo un diario emotivo scritto in tre della stessa ferita.
L’attacco in ebraico è un pugno allo stomaco.
«מישל זו אהבה רעילה / אני באפלה», “Michelle è un amore tossico, sono nell’oscurità”.
È un inizio che non lascia scampo da una dipendenza affettiva che consuma e destabilizza.
L’ebraico radica tutto in un’intimità domestica prima che il francese spalanchi le finestre.
Quando Bettan passa a «Je ne sais plus quoi faire / Tu étais ma lumière» , il brano entra in una malinconia elegante che diventa quasi un gesto teatrale.
Il francese permette di dire ciò che in ebraico restava trattenuto.
E nel ritornello arriva un cedimento, «Je te laisse partir, adieu ma belle… mais je t’aime».
È un addio che non riesce a essere definitivo, un paradosso che avvita il brano su se stesso.
Michelle è “la reine des problèmes”, ma è pur sempre la sua regina.
L’inglese entra come un lampo in un montaggio di immagini spezzate: «Walking down / Florentin / Ocean eyes / Memories».
Florentin è il quartiere bohémien di Tel Aviv, quello delle notti lunghe, dei muri scrostati e delle storie che non finiscono mai davvero.
È il luogo in cui vive questa relazione, dove il protagonista perde la testa.
«I’m losing my mind / An angel but is it hell / Trapped in your carousel / Round and round».
Il carosello è la metafora più potente del brano.
Un movimento circolare da cui non si scende, un incantesimo che ti tiene prigioniero anche quando sai che ti sta facendo a pezzi.
“Michelle” è pop contemporaneo con un’estetica cinematografica; è urban con un cuore francofono; è israeliano con un respiro europeo.
C’è una tensione sospesa, un crescendo emotivo pensato per il palco, per le luci basse, per una coreografia che accompagna senza sovrastare.
“Michelle” è la mappa sonora dell’identità di Noam Bettan e la sua presentazione ufficiale è avvenuta il 5 marzo, giorno del suo ventottesimo compleanno.
Il finale del brano torna all’ebraico con una preghiera.
«ואולי בסוף יהיה לנו טוב / מתפלל עלייך שתזכי לאהוב», “e forse alla fine staremo bene, prego per te che tu riesca ad amare”.
È un gesto di maturità, quasi di liberazione.
L’ultimo verso, «יש מי שישמע» (“c’è qualcuno che ascolterà”) sembra rivolgersi direttamente al pubblico, come se affidasse la sua storia a chi lo sta guardando.
È un brano intimo, più urbano, più europeo nel senso contemporaneo del termine.
Un ritorno alla vulnerabilità maschile, ma con un linguaggio nuovo, più vicino alla psicologia che alla retorica.
“Michelle” è il classico brano che cresce ascolto dopo ascolto, che può conquistare le giurie per la scrittura e il televoto per l’emozione.
“Michelle” è una storia di sopravvivenza emotiva, il racconto di chi ha amato troppo, troppo a lungo, e ora prova a danzare nel buio per ritrovare la luce.
E Noam Bettan, con la sua voce e la sua storia, riesce a trasformare quella ferita in qualcosa che parla a tutti.
