
Jonas Lovv sembra esplodere all’improvviso, ma la sua storia è fatta da un percorso lungo, pieno di deviazioni, tentativi, cadute, piccole rivelazioni e una tenacia che ha lavorato in silenzio per più di dieci anni.
Nato a Bergen l’8 settembre 1994, cresciuto tra il rumore del mare e una città che vive la musica come linguaggio identitario, Jonas non è il prodotto di un talent né una meteora costruita a tavolino.
Ha imparato a stare sul palco togliendosi la maglietta a quattordici anni durante un concerto scolastico, restando in reggiseno preso in prestito dalla fidanzatina e capendo, da quel boato indistinto, che quella sarebbe stata la sua vita.
La sua famiglia non aveva tradizioni artistiche, eppure lui da bambino registrava i suoni della casa come fossero melodie, dal ticchettio dei termosifoni, al vento sotto la porta, fino ai passi del padre al mattino.
Non cercava la musica perché la riconosceva.
È un tratto che non lo ha mai abbandonato, lo stesso che lo porta ancora oggi a girare con un vecchio registratore analogico degli anni Novanta per catturare rumori da infilare nei brani, come quel vento che faceva vibrare i vetri di un hotel a Tromsø e che è finito, quasi invisibile, dentro “Ya Ya Ya”.
Il primo tentativo di emergere arriva nel 2014 con un’audizione a Idol che non va da nessuna parte, ma gli chiarisce la direzione. Poco dopo diventa frontman degli Shuffle Baby, un trio synth-pop che mescola dance anni Ottanta ed elettro-funk, pubblica singoli, un EP, suona nei locali di Bergen e costruisce un piccolo seguito. Quando il gruppo si scioglie, Jonas vive la cosa come una ferita, ma quella pausa forzata diventa la spinta per iniziare a pubblicare musica da solista.
Prima un singolo natalizio, poi “Blind”, “Better”, “Lovely Liar”, “NAKEN”, l’EP “Fotografisk minne” e una serie di brani che mostrano una versatilità sorprendente, tra rock, pop elettronico e ballate intime. È un catalogo che cresce lentamente, senza clamore, ma che definisce l’identità precisa di un artista che scrive per necessità, spesso per sé stesso, e che considera molti brani come terapia privata destinata a non vedere mai la luce.
La svolta arriva nel 2025, quando accetta, dopo aver rifiutato più volte, di partecipare a The Voice.
Entra nel team di Espen Lind dopo aver fatto girare tre sedie con “Play That Funky Music” e conquista il pubblico con “Whole Lotta Love”, “Grace Kelly” e una “Love of My Life” che diventa quasi un omaggio personale a Freddie Mercury, suo idolo dichiarato.
Il baffo che porta da anni, nato per nascondere un labbro superiore che non ama, diventa un tratto distintivo che alimenta i paragoni con Mercury, e lui ci gioca senza prendersi troppo sul serio. Arriva in semifinale, ma soprattutto ottiene la visibilità che gli mancava fuori dai club del Vestland.
Da lì in poi, la sua presenza cresce ovunque.
Partecipa a festival, serate sold out al Latter di Oslo, performance con la KORK nella Grieghallen di Bergen, collaborazioni, interviste, un pubblico che si allarga.
Nel frattempo la sua vita privata si intreccia con quella artistica.
Vive a Fyllingsdalen con la compagna e il figlio, nato nonostante un intervento chirurgico che sembrava aver ridotto drasticamente le possibilità di diventare padre. È un dettaglio che aggiunge una dimensione più fragile e umana a un artista che sul palco appare spesso come una creatura selvaggia, tutta energia e magnetismo.
Il rapporto con l’immagine è parte integrante della sua identità.
Indossa gonne, rompe codici di genere, usa la moda come estensione della musica, porta addosso una trentina di tatuaggi che considera una mappa visiva delle canzoni non ancora scritte.
Non costruisce personaggi, ma amplifica ciò che è, evidenziando il suo essere vulnerabile, diretto, un po’ sfrontato, sempre in bilico tra confessione e spettacolo.
Il 28 febbraio 2026, all’Håkons Hall di Lillehammer, tutto questo converge in un trionfo.
Jonas vince il Melodi Grand Prix con il massimo dei voti da giuria e televoto, distanziando Alexander Rybak e Emmy con un margine che non lascia spazio a interpretazioni.
È il momento in cui la Norvegia decide che sarà lui a rappresentarla a Vienna, e lo fa con una sicurezza che sembra dire “era ora”.
“Ya Ya Ya”, scritta da Jonas e composta con Sondre Skaftun, è un brano che vive di contrasti. Un ritmo pulsante, quasi tribale, chitarre che esplodono, un ritornello ossessivo, un testo che parla di dipendenza emotiva, relazioni complicate, desiderio di liberarsi e paura di farlo davvero. Jonas racconta che il titolo nasce da un’espressione che usava da bambino per zittire i pensieri che lo spaventavano, e questo dettaglio dà al pezzo una profondità che va oltre la sua immediatezza pop.
La critica norvegese si divide e c’è chi lo definisce “vocally outstanding”, chi parla di “charming arrogance”, chi lo liquida come pop-rock generico.
Ma tutti concordano sul fatto che Jonas Lovv buca lo schermo.
La preparazione alla finale del MGP è stata tutt’altro che lineare.
Tre giorni prima, per paura di ammalarsi di nuovo come era successo durante le prove, si isola in una baita di montagna, si allena, gioca alla PlayStation rimasta ferma da un anno e cerca di calmare l’ansia.
A casa, suo figlio di tre anni lo costringe ad ascoltare “Ya Ya Ya” in loop, diventando il suo critico più severo.
È un’immagine che racconta bene il contrasto tra la sua vita privata e quella pubblica: da un lato il performer che sul palco sembra un animale da palcoscenico, dall’altro un padre che si lascia trascinare da un bambino che vuole riascoltare il ritornello per la centesima volta.
Il bagaglio con cui arriva a Vienna è identitario.
Chiuderà la seconda semifinale, una posizione strategica che la Norvegia non vedeva da tempo.
La messa in scena promette di essere fisica, intensa, quasi ipnotica, come quella della finale nazionale che lo ha visto vincitore.
Torso nudo sotto una tuta tempestata, stivali platform, band in rosso, luci che esaltano la sua presenza. Non cerca l’effetto fine a sé stesso, ma un contatto diretto, quasi epidermico, con chi guarda. Il suo obiettivo è abbattere la distanza, far sentire chiunque libero di essere come si sente, cantare anche se stona, vestirsi come vuole, non chiedere il permesso.
Che “Ya Ya Ya” diventi o meno un successo europeo lo dirà il palco.
Ma è chiaro che Jonas Lovv arriva a Vienna come un artista che ha costruito ogni centimetro del proprio percorso. Porta con sé Bergen, le prove in garage, i talent rifiutati, le band sciolte, le canzoni scritte per guarire, i tatuaggi come diario, la voce che graffia, la fragilità che non nasconde, la libertà che rivendica. E forse è proprio questo, oggi, il suo tratto più rivoluzionario.
