
Quella deiLavina è una di quelle storie che nessuno avrebbe previsto davvero, e che proprio per questo sembrano funzionare meglio delle narrazioni costruite a tavolino.
Sei musicisti di Niš, una città che vive di rock da decenni ma che raramente finisce sotto i riflettori internazionali, si ritrovano nel 2020 in un momento in cui il mondo è fermo e i live sono un ricordo.
Invece di aspettare tempi migliori, si chiudono in sala prove e trasformano l’isolamento in un laboratorio creativo.
Da lì nasce un suono che mescola progressive metal, elettronica glaciale, melodie balcaniche e una certa drammaticità emotiva che diventerà la loro firma.
Il nome che hanno scelto per loro, “Lavina”, arriva quasi per scherzo durante le prime prove in un seminterrato umido, dato che volevano qualcosa che restituisse l’idea di un impatto fisico, di una forza che travolge e la valanga era perfetta, e Lavina in serbo vuol dire proprio questo.
Il loro debutto discografico, Odyssey, esce nel 2022 e diventa il passaporto con cui iniziano a girare l’Europa.
Tra Club affollati, festival come Sziget ed Eurosonic, palchi condivisi con band più grandi, e quella sensazione, confermata da chi li ha visti dal vivo, che il loro concerto non sia solo un live, ma un’esperienza catartica, teatrale, quasi rituale.
Nel frattempo pubblicano singoli che affinano il loro stile e con cui testano per la prima volta il formato gara e imparano cosa significhi comprimere la propria identità in tre minuti senza snaturarsi.
Fino al 2025 avevano cantato quasi esclusivamente in inglese, scelta naturale per una band che punta a un pubblico internazionale.
Poi arriva “Kraj mene”, il loro primo brano in serbo, scritto insieme a Ivan Jegdić. Nasce in inglese, come molte loro idee, ma qualcosa non torna. Il testo ha bisogno di una lingua più vicina, più ruvida, più vera. Il titolo gioca su un doppio senso che in serbo funziona benissimo: “accanto a me”, ma anche “la mia fine”.
E dentro c’è una storia di amore unilaterale, di chi continua a dare mentre l’altro si allontana, di un posto tenuto libero accanto a sé che resta vuoto.
È un pezzo che alterna sospensione e impatto, strofe quasi sussurrate e esplosioni di chitarre, tastiere che disegnano spazi gelidi e un ritornello che Luka Aranđelović porta in alto con una voce capace di passare dalla fragilità alla potenza senza perdere sincerità.
Alcuni fan raccontano che il testo sia nato durante una notte di pioggia in un tour bus, quando la stanchezza collettiva si è trasformata in un momento di lucidità emotiva.
Quando la RTS annuncia i partecipanti a Pesma za Evroviziju ’26, “Kraj mene” non è ancora pensata per l’Eurovision. È parte di un progetto più ampio, ma appena entra in gara diventa chiaro che ha qualcosa di diverso.
La finale del 28 febbraio allo Studio 8 di Košutnjak è un trionfo netto: massimo dei punti dalla giuria, 29.759 voti dal pubblico, più del doppio del secondo classificato.
È la prima volta che una band dichiaratamente metal vince la selezione serba, e lo fa in un’edizione che molti considerano la più competitiva degli ultimi anni.
Nel backstage, Konstrakta, che di Eurovision se ne intende, dà loro un consiglio semplice e decisivo: non addomesticare il pezzo, non renderlo più “facile”, non avere paura del pubblico generalista.
Restare autentici.
E loro lo fanno.
I Lavina non arrivano a questo punto come un progetto improvvisato.
Hanno un album, anni di tour, un’identità sonora precisa e una disciplina quasi sportiva, tanto che durante le prove a Belgrado cercavano ogni giorno una palestra vicino agli studi RTS perché, come dice Luka, “la band funziona meglio sotto pressione fisica che nei tempi morti”. Hanno anche una serie di soprannomi interni, uno per ogni membro, nati da difetti trasformati in punti di forza, un modo per stemperare la tensione prima di salire sul palco.
Kraj mene diventa così il brano con cui la Serbia decide di presentarsi a Vienna nel 2026, nella prima semifinale del 12 maggio.
È un pezzo che mantiene la sua anima metal ma è stato adattato con intelligenza al contesto eurovisivo, senza perdere peso né intensità.
La produzione, curata con attenzione maniacale, unisce elementi elettronici e strumenti acustici, mentre la regia di luci, già apprezzata a Pesma za Evroviziju, si sa già che verrà ampliata per l’arena viennese.
La delegazione serba vede nei Lavina una possibilità di rinascita artistica dopo anni altalenanti, e la scena metal europea guarda a loro come a un’occasione rara.
Si tratta di un gruppo heavy che non si scusa per il proprio linguaggio e che porta sul palco una storia profondamente personale.
Le aspettative sono alte, certo, ma i Lavina sembrano affrontarle con una maturità sorprendente.
Non cercano formule vincenti, non inseguono l’immaginario eurovisivo più prevedibile.
Vogliono mostrare un altro volto della Serbia, quello di una generazione che cresce tra riff pesanti, elettronica, poesia ruvida e un bisogno quasi fisico di raccontare la propria vulnerabilità senza filtri.
E forse è proprio a renderli così interessanti è la capacità di essere complessi senza essere complicati, emotivi senza essere melodrammatici, potenti senza essere aggressivi.
A Vienna porteranno tutto questo.
La valanga nata di Niš, la loro storia fatta di club, crisi, rinascite, tour infiniti, e un brano che parla di perdita ma suona come un atto di resistenza.
E qualunque sarà il risultato, è chiaro che la loro presenza segna un passaggio importante per la musica serba e per l’Eurovision stesso.
Una valanga, quando parte, non la fermi più.
