
LOOK MUM NO COMPUTER sembra uscito da un universo parallelo e allo stesso tempo perfettamente coerente con sé stesso.
Sam James Bartle, o Sam Battle a seconda di quale fonte si scelga di seguire, è uno di quegli artisti che cerca di sfuggire alle categorie per natura, e proprio per questo finiscono per incarnarle tutte.
La sua data di nascita è diventata quasi un gioco di specchi: c’è chi parla del 3 febbraio 1989, chi oscilla tra il 1988 e il 1989, chi addirittura lo colloca nel 1996, un errore nato da un aneddoto in cui lui stesso, per suonare a un evento per minorenni, dichiarò di avere sedici anni invece di ventitré.
La verità più plausibile resta comunque quella che lo vede figlio della fine degli anni Ottanta, un ragazzo cresciuto tra Grantham e Peterborough con una curiosità meccanica che non ha mai smesso di bruciare.
Da bambino smontava tutto ciò che gli capitava tra le mani: giocattoli, ferri da stiro, pedal cars, tostapane.
I genitori, esasperati, arrivarono perfino a punirlo costringendolo a uscire di casa, perché lui avrebbe passato volentieri l’intera giornata chiuso nella sua stanza a costruire razzi e robot ispirati a Robot Wars.
A dodici anni scopre la chitarra, e subito la modifica con un controller MIDI e a quattordici si mette in testa di costruire un pedale artigianale e ci riesce dopo un anno di tentativi.
Non ha mai studiato elettronica in modo formale e si definisce un “backyard engineer”, uno che impara facendo, sbagliando, ricominciando.
Prima di diventare LOOK MUM NO COMPUTER, Sam passa attraverso una serie di deviazioni e fallimenti che oggi sembrano quasi tappe obbligate.
Prova l’università, prima in chimica, abbandonata dopo cinque mesi, poi in tecnologia musicale.
Firma contratti con etichette che lo scaricano tre volte di fila.
Nel frattempo suona in varie band, l’ultima delle quali è ZIBRA, con cui arriva fino al Glastonbury 2015 per BBC Introducing.
Ma è proprio quando la band si dissolve che capisce la verità.
La gente non si entusiasma per le sue canzoni, ma per le cose assurde che costruisce in camera sua, per il suo essere la Juny Peperina inventatutto inglese.
Il canale YouTube aperto nel 2013 per promuovere ZIBRA diventa, nel 2016, il laboratorio pubblico del progetto LOOK MUM NO COMPUTER.
Il nome nasce come titolo di una fanzine, poi diventa un modo per dire alla madre che i suoi sintetizzatori funzionano davvero “senza computer”.
I video iniziano a circolare.
Prima una bicicletta trasformata in synth, poi un organo costruito con decine di Furby, un Game Boy che pilota un muro di moduli, tastiere che sputano fiamme, oppure droidi ispirati a Star Wars.
La domanda che guida ogni invenzione è sempre la stessa:
“Qual è la cosa più stupida che posso costruire?”.
Eppure, dietro l’assurdità, c’è una visione precisa che vede prima la macchina e solo poi il suono.
La musica nasce come conseguenza inevitabile dell’ingegneria.
Il Furby Organ del 2018 lo proietta sulla stampa internazionale, mentre la comunità Diy (coloro che vivono nell’etica del fai da te) lo adotta come punto di riferimento.
Parallelamente sviluppa il formato Kosmo, un sistema modulare più grande e robusto dell’Eurorack, pensato per essere costruito e suonato dal vivo.
Nel 2020 ottiene un Guinness World Record per il più grande sintetizzatore drone modulare del mondo.
Nel 2021 apre a Ramsgate il museo This Museum Is (Not) Obsolete, un dungeon elettronico dove i visitatori possono toccare, suonare e ridare vita a tecnologie obsolete.
Nel 2025 arriva perfino un videogioco dedicato a lui, nominato ai German Developer Awards per il miglior audio design.
La sua carriera musicale sembra seguire un percorso parallelo, in sordina.
Singoli, EP, album, tour in Germania e Regno Unito, collaborazioni con artisti come Barns Courtney, Charlie Fink, Hainbach, Cuckoo, arrivano ma gli interessano poco rispetto alla sua attività da “inventore”.
Compone per cinema e TV, costruisce strumenti su misura per altri musicisti, pubblica ogni domenica un brano di un minuto sul suo Patreon.
E intanto continua a documentare tutto, condividendo schemi, errori, processi, perché “se non puoi ripararlo, non ti appartiene davvero”.
Quando la BBC annuncia che sarà lui a rappresentare il Regno Unito all’Eurovision 2026, la reazione è un misto di sorpresa e inevitabilità.
Dopo anni di tentativi prudenti, candidature levigate e risultati altalenanti, il Paese decide di rischiare davvero. La scelta di portare sul palco europeo qualcosa di radicalmente diverso, un artista nato su YouTube, con un’estetica che fa dell’errore una poetica e dell’ingegno personale un linguaggio, spiazza.
Il brano, “Eins, zwei, drei”, pubblicato il 6 marzo 2026, è un concentrato di synth-pop eccentrico, pulsante, volutamente sopra le righe.
Parla della fuga dalla routine lavorativa, del “nove-cinque” che ti schiaccia, del bisogno di trovare una fuga anche solo contando in un’altra lingua.
Il ritornello in tedesco è un omaggio al pubblico germanico, a Vienna, al krautrock, ma anche un gioco linguistico che riflette il suo gusto per l’ironia.
Richiama tanto la techno berlinese quanto l’electropop britannico, con un’energia da rave e un basso che pulsa come un motore analogico.
Il brano è costruito interamente attorno al Kosmo, il suo synth il video ufficiale amplifica tutto, offrendo un ufficio kafkiano che si stringe, telefoni che squillano, un’estetica a metà tra Lynch e un Wes Anderson da mercatino, un caos sintetico che esplode e travolge tutto.
C’è perfino un omaggio ai Bucks Fizz, vincitori nel 1981.
E tra i cameo spunta anche la sorella Jodie, calciatrice professionista.
Le reazioni sono polarizzate, com’era prevedibile. C’è chi lo considera una boccata d’aria fresca, chi lo trova troppo caotico, chi lo definisce “deliziosamente folle”.
Ma nessuno lo ignora.
E questo, all’Eurovision, è già metà del lavoro.
A Vienna, Sam porterà parte del suo muro di modulari, suonando tutto dal vivo senza basi pre-registrate, una rarità assoluta per il contest.
Non cerca di normalizzarsi, né di adattarsi al format.
Vuole dimostrare che la musica elettronica fatta a mano, con tutte le sue imperfezioni, può parlare a un pubblico enorme senza perdere la propria identità.
Poco importa che abbia o meno il potenziale per sollevare il microfono di cristallo.
La sua presenza è già un messaggio chiaro a favore della creatività, che non deve essere perfetta ma viva.
E in un mondo che tende a uniformare tutto, lui arriva sul palco europeo come un promemoria che ci ricorda che a volte basta un laboratorio caotico, un mucchio di cavi e un’idea folle per cambiare la percezione di ciò che può essere la musica pop.
