
Noam Bettan in questo 2026 chiude un cerchio aperto molti anni fa, quando era solo un ragazzo che sognava di cantare e si era visto rifiutare due volte alle audizioni di The Next Star.
Oggi è lui il volto scelto per salire sul palco di Vienna, dove darà voce a Michelle, una canzone che sembra racchiudere tutto ciò che lo ha formato: dalle sue radici francesi e la sua identità mediorientale, alla sua voce profonda, fino a un percorso costruito con pazienza, cadute e ripartenze.
Nato il 5 marzo 1998 a Ra’anana da una famiglia ebraica francese emigrata da Grenoble, Noam è cresciuto in un ambiente dove ebraico, francese e inglese si mescolavano naturalmente. Questa pluralità è diventata il suo modo di stare al mondo e di fare musica.
La sua voce, sorprendentemente bassa già da quando era un ragazzino, e quel modo di passare con naturalezza da una lingua all’altra, sono diventati presto la sua firma.
La musica entra nella sua vita da adolescente, tra musical scolastici, karaoke con gli amici e un servizio militare che gli dà una maturità emotiva che poi ritroverà nei testi.
La prima vera esposizione al giudizio del pubblico arriva nel 2018, quando a vent’anni partecipa ad Aviv or Eyal e si classifica terzo. Lì conquista tutti con interpretazioni intense, soprattutto quando canta Formidable di Stromae in un francese impeccabile.
Ma invece di sfruttare il momento, sceglie la strada più lenta: studia, scrive, sperimenta, si esibisce nei club. In breve costruisce una carriera pezzo dopo pezzo.
Dal 2021 inizia a pubblicare singoli che circolano sempre di più e nel 2023 arriva il suo primo album, Me’al HaMayim, un progetto personale che lo impone come una delle nuove voci più interessanti del pop contemporaneo. Nel frattempo, continua a scrivere brani che intrecciano vita privata e memoria, senza mai cercare risposte semplici.
La svolta arriva nel 2026 con HaKokhav HaBa. L’audizione è un trionfo, superandola con il 98% dei voti, il punteggio più alto della stagione. In semifinale canta Stromae, in finale passa da Mahmood a Indila con una naturalezza che sorprende tutti. Vince davanti a Gal De Paz, Shira Zloof e Alona Erez.
Per lui è un riscatto personale: dieci anni fa lo stesso format lo aveva respinto due volte.
Michelle porta la firma di Noam, che l’ha scritta insieme a Nadav Aharoni, Tzlil Klifi e Yuval Raphael. La canzone parla di una relazione tossica, di un addio necessario, di quella liberazione che arriva quando si trova il coraggio di chiudere un ciclo.
Musicalmente è un pop sofisticato, più ritmato rispetto alle ballate degli ultimi anni, con un ritornello che mette in mostra la sua voce e un uso fluido di ebraico, francese e inglese. Lui stesso ha detto che il brano porta “energia ed emozione” e un po’ di luce in un periodo complesso.
Il contesto, infatti, è tutt’altro che semplice. L’Eurovision 2026 si svolge in un clima internazionale carico di sensibilità e attenzione. Noam sa bene cosa lo aspetta, ma sceglie di lasciare che sia la musica a parlare. Gli basta immaginare qualcuno, tra il pubblico, che si riconosca in quelle parole, per ricordarsi perché è lì.
Non cerca di spiegare, non cerca di convincere: vuole solo arrivare, anche solo per tre minuti.
Fuori dal palco, Noam è molto meno rumoroso di quanto sembri. Vive da solo, parla spesso da solo per calmare l’ansia prima delle esibizioni, e alterna un’immagine da “ragazzo della porta accanto” a un’estetica più intensa.
Ha lavorato come cuoco, ha fatto gavetta nei locali, ha costruito tutto senza scorciatoie. È un artista che ha imparato a trasformare ogni esperienza in musica.
A Vienna non arriva un personaggio costruito a tavolino, ma una persona che porta con sé le proprie origini, i luoghi che lo hanno formato, i rifiuti, i successi e le contraddizioni di un percorso lungo anni.
Michelle è la sintesi di tutto questo: un’identità plurale, una crescita lenta, una resilienza silenziosa. E quando salirà sul palco davanti a milioni di persone, canterà per sé, per chi lo ha sostenuto e per chi, in quella storia, troverà un riflesso della propria.
Che poi è esattamente ciò che lui fa meglio.
