
“Choke Me” è diventata immediatamente un caso, con un titolo che sembra respingere e attirare allo stesso tempo, un suono che oscilla tra nu‑metal, alternative rock e dark‑pop, e un immaginario che non concede zone neutre.
La genesi di “Choke Me” si poggia su una base ritmica trovata sul laptop del produttore Călin Grăjdan, poi sviluppata insieme a Elvis Silitră e Ștefan Condrea.
La canzone è cresciuta come un organismo vivo, tra glitch vocali trasformati in marchio sonoro e un ritornello nato da un errore di microfono che ha prodotto quel celebre “ch‑ch‑ch‑choke me”.
Alexandra ha inciso alcune parti in totale oscurità per restituire la sensazione di isolamento che attraversa il testo.
E la linea “make my lungs explode like oh oh oh…” è stata registrata in un’unica take, senza editing, per conservare il respiro affannato.
Il testo si apre con un’immagine che definisce tutto, “You feel like a phantom”.
Il fantasma non è necessariamente l’altro, ma è anche il dubbio, l’autocritica, quella presenza che ti toglie aria e ti segue ovunque.
“Why do you wanna tame me?” è la domanda che introduce un gioco di ruoli instabile, dove controllo e resa si scambiano continuamente di posto.
La protagonista ordina, poi supplica, poi si arrende, poi riprende il comando.
“Do what I say / And don’t you ever betray me” convive con “Born for you to control”, e questa oscillazione è la rappresentazione di un rapporto emotivo che soffoca e libera allo stesso tempo.
La ripetizione ossessiva di “choke me”, circa trenta volte, è la forma stessa del pensiero intrusivo, dell’ansia che stringe il petto, della richiesta di un amore talmente totalizzante da togliere il fiato.
Alexandra ha spiegato chiaramente che non c’è nulla di erotico o letterale, è “la sensazione di soffocare con il dubbio, l’autocritica e il desiderio di crescita e trasformazione”.
“Save me / Inside I’m blazin’” aggiunge un paradosso bellissimo perché chi chiede di essere soffocata chiede anche di essere salvata.
Il brano è un ibrido raro con strofe tese, quasi sussurrate, costruite su un tappeto minimale che lascia spazio alla voce di muoversi come un graffio. Poi il ritornello esplode con riff distorti, bassi profondi, colpi secchi che imitano un battito accelerato, e quella scansione “ch‑ch‑ch‑choke me” che sembra un glitch, un singhiozzo, un respiro spezzato.
Il brano alterna vuoti e pieni, rarefazione e impatto, come se la musica stessa imitasse l’apnea emotiva del testo.
Nei live, la band completa che segue Alexandra ovunque, due chitarre, basso, batteria e tastiere, dà al pezzo un’identità rock che spicca. Non è un caso che Metal Hammer abbia definito l’ingresso romeno “nu metal‑styled”.
La controversia, inevitabile, è esplosa subito.
The Guardian e BBC Global Women hanno riportato le critiche di attiviste che parlano di “normalizzazione pericolosa”, mentre una professoressa dell’Università di Durham ha accusato il brano di “giocare alla leggera con la vita delle giovani donne”.
TVR e Alexandra hanno risposto con fermezza, ribadendo la natura metaforica del testo e precisando che anche la messa in scena sarà pensata per evitare interpretazioni letterali.
Paradossalmente, proprio la polemica ha amplificato la visibilità del brano, trasformandolo in uno dei titoli più discussi dell’edizione.
“Choke Me” è una rottura totale con la storia eurovisiva rumena. Se “Llámame” era latin‑pop e “D.G.T.” un rock obliquo, qui siamo davanti a un’estetica più vicina alle produzioni nord‑europee o baltiche, ma con una visceralità tutta romena.
È un rischio calcolato, soprattutto dopo anni di risultati altalenanti e due assenze consecutive.
Il brano ha tra i punti di forza un suono immediatamente riconoscibile, ma anche una performance live già rodata e un livello di discussione mediatica che lo mantiene costantemente in circolo.
I rischi sono alti perché le giurie potrebbero frenare, il televoto non è mai prevedibile, e un testo così divisivo potrebbe polarizzare.
Ma la qualificazione in finale sembra più che probabile.
“Choke Me” respira nel buio, vive di tensione, trasforma la fragilità in arma e il controllo in linguaggio.
Alexandra Căpitănescu porta sul palco una Romania diversa, più audace, più contemporanea, più disposta a rischiare.
E in una competizione dove spesso ha la neglio chi toglie il respiro, lei ha deciso di farlo “letteralmente“.
