
“My System” ti entra sotto pelle senza capire perché.
Felicia ci arriva dopo un successo virale dopo l’altro… e allo stesso tempo un percorso segnato da ansia sociale, attacchi di panico, ricoveri e un contratto che l’ha spremuta fino all’osso.
“My System” nasce in Islanda, in un camp di scrittura con un gruppo di autori norvegesi, danesi e svedesi chiusi in una stanza a cercare di mettere ordine nel caos emotivo.
È la canzone del Melodifestivalen con più autori stranieri di sempre, e si sente perché c’è la freddezza elegante della produzione scandinava, ma anche un respiro internazionale che guarda tanto al club quanto al pop più intimo.
E dimostra, nella sua versione acustica, che la struttura regge anche senza l’elettronica.
Il cuore del brano, però, è il testo.
Felicia apre con una sicurezza che dura mezzo secondo, “I don’t even want you”, dice, come se bastasse dichiararlo per farlo diventare vero.
Il lunedì è il giorno della disciplina, della rimozione, del “non mi manchi più”.
Ma il venerdì arriva puntuale come un bug di sistema, “Friday screams your name”.
È una settimana emotiva che si ripete sempre uguale, un ciclo di autodifesa e ricaduta.
Il ritornello è quasi anatomico: “You’re in my head, my heart, my body parts”.
È invasione, è un virus.
E quel “every shot” gioca sul doppio senso tra il drink che fa crollare le difese e l’inquadratura cinematografica che torna sempre sullo stesso frame.
In “If I deleted all the memories… If I encrypted all my feelings for security…”, è come se il cuore fosse un hard disk pieno di file corrotti che non si riescono a cancellare.
È un’immagine generazionale che parla di un modo contemporaneo di vivere le relazioni, metà carne e metà codice.
“My System” è elettropop scandinavo, ma ci sono pulsazioni techno, c’è un’estetica che ricorda Robyn, Tove Lo, un po’ di Dua Lipa nelle atmosfere più notturne, e persino un’eco della Eurodance anni Duemila filtrata attraverso la produzione.
I synth pulsano come un battito cardiaco accelerato, e la voce di Felicia è registrata vicinissima, come se stesse confessando tutto all’orecchio di chi ascolta.
Il ritornello rimane trattenuto, claustrofobico, come se il sistema fosse davvero saturo.
È una scelta che la distingue dalla tradizione svedese più recente, quella dei climax immediati alla Euphoria o Heroes. Il gancio è mentale, è la ripetizione ossessiva di “No I can’t get you out of my system”.
La performance al Melodifestivalen ha fatto il resto. Felicia entra in scena con una maschera nera, fili rossi, luci cupe, un’estetica quasi cyberpunk. Al ritornello arrivano i laser, i ballerini, le pareti LED che proiettano il suo volto mascherato. E poi, negli ultimi tre secondi, il colpo di genio: l’immagine cambia formato come se il palco diventasse improvvisamente un film, e la maschera cade.
Nella finzione scenica, a raccontare esattamente il momento in cui il sistema di difesa cede.
“My System” è la Svezia che decide di essere ma umana.
La Svezia cerca l’ottavo titolo per superare l’Irlanda, e “My System” non è la carta più facile ma quella che gioca su direzioni trasversali tra le giurie che premiano la scrittura e il pubblico che si riconosce nella dipendenza emotiva raccontata senza filtri.
“My System” è un crash emotivo raccontato con lucidità chirurgica, Un virus che non si disinstalla, è ciò che resta anche quando pensi di aver cancellato tutto.
