Svizzera – Veronica Fusaro – Alice

Alice si mostra con una dolcezza che all’inizio sembra innocua e poi, ascolto dopo ascolto, rivela un lato più oscuro. Elegante, quasi cinematografica, ma piena di ombre, ossessioni e fragilità.
La Svizzera sceglie una strada più intima e psicologica, quasi un thriller emotivo travestito da canzone pop.

Tutto parte da un complimento, “your pretty green eyes are magic”.
È una frase che suona tenera, ma già incrinata da qualcosa di strano.
Subito dopo arriva “I’ve studied your ways”, e lì capisci che è un’osservazione insistente, quasi maniacale.
La voce narrante è una presenza che osserva, che chiede accesso, che vuole entrare nella vita di Alice con una gentilezza così insistita da diventare inquietante.
Let me inside, I promise I’ll be polite” è la frase perfetta per descrivere questa ambiguità, un invito che sembra cortese ma che, nel contesto, suona come un tentativo di forzare un confine.

Veronica gioca con la grammatica del gaslighting, alternando rassicurazioni e minacce velate, negazioni della realtà e promesse di protezione che in realtà chiudono ogni via d’uscita. “I know you really, really love me, don’t lie” è una di quelle frasi che sembrano affettuose e invece ribaltano la responsabilità sulla vittima.
I’ve been watching you” arriva quasi di sfuggita, come se fosse normale.
I live in your head” sposta tutto su un piano mentale, dove non è più chiaro se il narratore sia una persona reale, un pensiero intrusivo, una voce interiore o una parte della psiche di Alice che ha preso il sopravvento.
La ripetizione del nome, “Alice”, all’inizio delle strofe, funziona come un richiamo ipnotico, un mantra che riduce tutto il mondo a una sola figura.

Il climax emotivo arriva nel finale, quando la voce si incrina e la narrazione si fa tragica.
The light in my life has vanished / Please open your eyes, why are you turning cold / From feather to stone?”.
L’immagine della piuma che diventa pietra racconta la pietrificazione emotiva di chi si chiude per difendersi, ma anche la trasformazione di un corpo che si spegne sotto il peso dell’ossessione.
L’ultima parola è “alone”, un sussurro che resta sospeso e non risolve nulla.

Alice è costruita per avvolgere. La produzione è minimalista, ovattata, quasi un bozzolo sonoro in cui la voce di Veronica Fusaro può insinuarsi e sussurrare.
È un alt-pop scuro, con venature soul e un’estetica che richiama Billie Eilish, ma con una freddezza mitteleuropea che lo rende più gelido e claustrofobico.
Nella versione Eurovision il suono è stato reso più grintoso, con il climax che cresce senza alzare la voce, come un pensiero che si insinua piano.
In alcuni punti si sente persino un battito cardiaco campionato che accelera man mano che la tensione aumenta.

Il brano nasce da una sessione improvvisata a Berlino con la produttrice britannica Charlie McClean, fondatrice di sheWrites, e la demo originale durava più di quattro minuti, con un carillon stonato poi eliminato perché troppo esplicito.
Veronica ha raccontato che l’idea le è venuta leggendo di psicologia del trauma e del concetto di “introietto”, quella voce interiorizzata che continua a vivere nella mente.
Ha anche ammesso che la frase “From feather to stone” è un riferimento diretto a Black Swan, rivisto la notte prima di scrivere il testo.
E il nome Alice è un richiamo a Carroll, ma anche il secondo nome di sua nonna, che soffriva di disturbi d’ansia.

La regia dello staging è affidata a Fredrik “Benke” Rydman, lo stesso dietro Heroes, Cha Cha Cha e The Code: un curriculum che promette una performance visivamente potente.

Nel percorso recente della Svizzera all’Eurovision, Alice rappresenta una continuità e una rottura allo stesso tempo, condividendo la volontà di portare qualcosa di autentico, non costruito per piacere a tutti. È un brano che sussurra, che punta sull’atmosfera, che racconta una storia difficile con una forma accessibile.

Le giurie dovrebbero apprezzarne la scrittura e la coerenza artistica, mentre il televoto è l’incognita perché un brano così sottile può essere penalizzato da chi cerca l’impatto immediato.

È una canzone che cerca un universo emotivo che resti addosso.
Un sussurro che fa più rumore di un urlo.
Una storia che continua a vivere nella mente di chi l’ascolta, proprio come la voce che la racconta.

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