
Tamara Živković sembra essersi costruita ogni mattoncino dorato che ha percorso per giungere all’Eurovision, come se ci fosse sempre stata destinata.
Non nel senso di una predestinazione romantica, ma perché ogni tappa del suo percorso, dalle prime note suonate da bambina alle luci della Wiener Stadthalle, sembra aver costruito, pezzo dopo pezzo, la traiettoria più coerente possibile verso quel palco.
Nata nel 2000 tra le pietre antiche di Kotor e cresciuta in un ambiente dove la musica non era un hobby ma un modo di stare al mondo, ha iniziato a cantare prima ancora di capire cosa significasse farlo davvero.
A dieci anni era già solista nel coro scolastico, a quattordici teneva un concerto tutto suo alternando voce e flauto traverso, lo strumento che l’ha accompagnata per tutta la formazione e che continua a suonare quasi come una forma di radicamento emotivo.
La sua storia non è quella della meteora da talent che brucia in fretta.
Certo, i talent show ci sono stati, più di uno, Pinkove Zvezdice da ragazzina, poi la finale di Zvezde Granda nel 2022, dove era l’unica montenegrina in gara e dove si è fatta notare per una presenza scenica già sorprendentemente matura.
Ma la sua crescita non si è mai fermata a quei riflettori.
Ha continuato a studiare, prima nelle scuole musicali di Kotor, poi alla Facoltà di Arti Musicali di Belgrado, costruendo una tecnica solida che oggi si sente in ogni nota.
Nel frattempo ha girato festival regionali, vinto concorsi come Glas Boke, sperimentato repertori diversi, persino inciso una cover di Euphoria quasi per gioco, come omaggio alla storia del contest.
Il vero ingresso nel mondo eurovisivo è arrivato nel 2024, quando per caso è stata chiamata all’ultimo momento a sostituire un artista ritirato, si è presentata al Montesong con Poguban let e ha chiuso nona.
Non un trionfo, ma abbastanza per capire che quel mondo poteva appartenerle.
Da lì ha iniziato a pubblicare singoli che raccontavano una crescita personale evidente e a costruire un’identità pop che mescola elettronica, sensibilità balcanica e una scrittura sempre più consapevole.
La svolta è arrivata con Nova Zora.
Il brano le è stato affidato da Boris Subotić, autore serbo molto attivo nella scena balcanica, e lei lo ha riconosciuto subito come “la” canzone.
Una traccia dance energica, costruita per esplodere dal vivo, ma con un cuore profondamente emotivo.
Il brano parla di rinascita, di quel momento in cui si smette di compiacere tutti e si decide di andare avanti comunque, anche se piove, anche se fa male.
Tamara lo racconta come un inno alle donne che resistono, e non è un caso che la versione definitiva sia uscita l’8 marzo, quasi a trasformare la pubblicazione in un gesto simbolico.
Dentro ci sono i cori eterei di voci femminili a lei vicine, compresa la sorella Jovana, e un arrangiamento che conserva l’anima montenegrina pur aprendosi a un linguaggio pop internazionale.
Al Montesong 2025 Nova Zora ha convinto tutti.
Massimo dei punti dalla giuria, secondo posto nel televoto, vittoria netta.
Da quel momento Tamara è diventata il volto del ritorno montenegrino all’Eurovision, un ritorno che il Paese aspettava da anni dopo risultati altalenanti e diverse assenze.
Lei ha preso il ruolo con la calma di chi sa che la visibilità non è un fine ma un mezzo. Prima di Vienna ci sono i pre-party di Stoccolma, Oslo e Amsterdam, dove poter testare la resa live del brano.
Ha ascoltato i feedback dei fan e ha persino modificato alcuni dettagli della versione eurovisiva per renderla più efficace senza snaturarla.
La cosa affascinante di Tamara è che, nonostante la preparazione accademica e la disciplina quasi maniacale con cui lavora, mantiene un’aura di autenticità rara.
È riservata nella vita privata, ma sul palco si apre completamente; scatta foto analogiche per costruire immaginari visivi legati alla sua musica; compone spesso di notte, camminando per casa con il telefono in mano; porta con sé un bagaglio di influenze che va da Charli XCX a Rosalía, da Lady Gaga a Tate McRae, ma senza mai perdere l’accento delle sue radici.
E poi c’è il flauto, che non appare quasi mai in modo esplicito nelle produzioni, ma resta una specie di bussola interiore.
A Vienna, nella prima semifinale del 12 maggio, porterà un pezzo di Montenegro che prova a rialzarsi, una generazione di artisti che vuole parlare un linguaggio globale senza dimenticare da dove viene, e una storia personale fatta di studio, tentativi, festival di provincia, talent show, notti in studio e un’infinità di piccoli passi che oggi sembrano convergere in un’unica direzione.
Nova Zora è il modo in cui Tamara guarda al suo percorso. Non come un inizio perfetto, ma come il momento in cui si trova finalmente il coraggio di dire “Adesso tocca a me”, alla Nuova Alba.
