
“Ridnym” è al centro del solito conflitto del Vidbir: diaspora contro radicamento, appartenenza geografica contro appartenenza culturale.
La storia di Leléka, però, è molto più complessa di così. A Berlino ha fondato nel 2016 il progetto folk-jazz che porta il suo nome d’arte, “cicogna” in ucraino, simbolo di ritorno e di casa, un’immagine che diventa quasi autobiografica per chi non può tornare nella propria città natale ma continua a portarla nella voce.
“Ridnym” è un brano che Leléka aveva scritto nel 2022, durante un periodo di proteste e inquietudine, quando la guerra sembrava bussare alla porta di tutti.
Era rimasta in un cassetto, una demo privato, una lettera ai suoi affetti più stretti. Quando ha pensato al Vidbir ha capito che quel pezzo poteva parlare anche per altri. E infatti lo fa.
Il testo è un intreccio di inglese e ucraino, una scelta che ha fatto discutere ma che ha una logica precisa, perché l’inglese apre lo sguardo, mentre l’ucraino custodisce il cuore.
L’inizio è un paesaggio che si sgretola, “Green into rust / Trust in the change / Everything fades be that as it may / Red into dust / Cut from the branch / Leaves in the flames / Nothing is safe”.
È un’immagine di perdita, di precarietà, di un mondo che si consuma.
Ma già quel “Trust in the change” suggerisce che la trasformazione non è solo distruzione, è anche passaggio necessario per il cambiamento.
Poi arriva il ritornello, e lì il brano cambia pelle.
“Vyshyu, vyshyu / Vyshyu novu dolyu / Vyshyu, vyshyu / Ridnym nairidnishym”. Ricamare un nuovo destino per i più cari è un gesto antico, domestico, quasi magico. La vyshyvanka non è semplicemente una decorazione, è codice identitario, e questo è esattamente il punto.
Leléka non usa il ricamo come immagine poetica, ma come atto di resistenza perché il destino si cuce.
E quel “vyshyu”, che suona quasi come “wish you”, diventa un augurio, un atto creativo, un filo che tiene insieme ciò che rischia di andare perso.
La parte finale del testo ribalta completamente la prospettiva, “I know the roots still carry water / When all the seeds we’ve sown / Blossom and lead us home / We’ll see the trees grow even taller”.
È una delle immagini più potenti del brano.
Le radici che portano ancora acqua anche quando tutto sembra bruciato sono l’Ucraina stessa, ferita, ma non eradicata. I semi che riportano a casa sono la diaspora. Gli alberi che crescono più alti sono la promessa di un futuro possibile.
“Ridnym” è difficile da incasellare. È una ballad che si pone tra folk contemporaneo, jazz, pop atmosferico e world music.
La bandura suonata da Yaroslav Dzhus è centrale, soprattutto nella versione Eurovision, dove apre il brano come un richiamo immediato alla casa.
Gli archi aggiungono una tessitura cinematografica, mentre la voce di Leléka, morbida e luminosa, costruisce un crescendo che non esplode mai davvero, ma si allarga come un respiro.
Il fruscio metallico dell’intro è il campionamento reale di vecchi telai manuali della regione di Poltava.
Mentre che la melodia principale è ispirata a una ninna nanna raccolta tra i rifugiati.
Dopo il Vidbir, Leléka ha detto di essere “esausta” e di voler solo “lavare i piatti” e rivedere il suo cane.
Sono dettagli apparentemente stupidi ma che rendono tutto più umano.
“Ridnym” non grida, non chiede attenzione, ma resta.
Per questo la qualificazione è praticamente certa. Il resto dipenderà dalla messa in scena dalla capacità di trasformare le immagini del testo in qualcosa che il pubblico possa sentire anche senza capire le parole.
“Ridnym” parla di casa quando casa brucia e suggerisce che, anche in mezzo alle fiamme, si può ancora ricamare un futuro. Punto dopo punto, filo dopo filo, per i più cari.
